Un progetto che non deve fermarsi

Diciamolo subito: le motivazioni che Matteo Minelli ha portato per giustificare un suo probabile disimpegno nel mondo calcistico gualdese sono in generale condivisibili. E’ impensabile che sia una persona sola a portare avanti dal punto di vista finanziario una società di serie D, neanche di Eccellenza. E’ impensabile che una comunità che vuole salvaguardare una realtà non solo importante, ma basilare per la formazione sportiva dei giovani, non si senta coinvolta in maniera tale da pensare di contribuire, ognuno secondo le proprie possibilità, a mantenere un’attività che coinvolge in primis i propri figli. E quando diciamo “secondo le proprie possibilità”, parliamo del semplice biglietto da 10 euro, di una sponsorizzazione più cospicua, passando per un abbonamento in gradinata o uno striscione a bordo campo. Però, sinceramente, ieri tante cose ci sono rimaste nello spazio del cervello dedicato ai dubbi e alle cose che restano in attesa di farsi capire.

La prima è di carattere generale, sulle critiche rivolte alla città. E’ stato misurato l’attaccamento di questa con le presenze allo stadio. Chi mastica calcio lo sa, ciò è inesatto, ma è comprensibile che ci cadano in molti. Da che mondo è mondo, da che il calcio è il calcio, gli stadi si riempiono in maniera proporzionale ai successi della squadra. Questo succede dalla serie A alla Terza Categoria, a parte rarissime eccezioni che sinceramente non siamo capaci di chiamare con nome e cognome. Non a caso, se escludiamo la serie A e, in parte, la serie B, sarebbe da scellerati mettere a bilancio la voce degli incassi come fosse oro colato. Gualdo Tadino, ovviamente, non è mai sfuggita da questa regola ed ha avuto 300 spettatori in gare di C1 e 1200 in Promozione. Quest’anno, con risultati altalenanti, ma nel complesso più che buoni, ha avuto, nel mare della morìa di spettatori a livello nazionale, una delle medie più alte di spettatori rispetto alla categoria e rispetto al numero di abitanti. A conferma di quanto detto possiamo aggiungere che stamattina l’argomento nei bar e nelle piazze era la conferenza stampa di ieri. Ciò testimonia che l’interesse non si misura coi biglietti staccati.

Poi, ce lo vogliamo dire senza peli sulla lingua e senza offendere nessuno? A Gualdo, nonostante il grande lavoro fatto dai dirigenti e da quei tifosi che hanno sposato la fusione, a tantissimi non va ancora giù che siano cambiati in parte il nome e in parte i colori. Ieri non ci pare sia stato detto, allora lo scriviamo noi. Si badi bene: ciò non è accaduto perché ci si è fusi con il Casacastalda, sarebbe successo anche in caso di matrimonio con i New York Red Bull. E’ accaduto per un semplice motivo: il calcio è appartenenza. E se questa viene a mancare, per qualsiasi ragione, oltre a non essere più calcio, non riuscirai a sentire tua la squadra, ad esultare per un gol come si dovrebbe, a sentirti orgoglioso della tua città come quando questa è presente unicamente con il suo nome e cognome sulla maglia. Così è. Favoloso il progetto di fusione, pensiamo possa essere il futuro di tante altre realtà, ma per dare appartenenza – cioè il fondamento del calcio e di ogni altro sport di squadra – ad una neo società mista ci vogliono anni, anni e ancora anni. Speriamo che la fusione del Gualdo Casacastalda diventi come quella che fece nascere la Sampdoria, ma per far ciò non si può certo misurare l’attaccamento della città dopo soli ventiquattro mesi e specialmente dopo che per quindici dei sui novantacinque anni il suo nome ed i suoi colori sono stati motivo di orgoglio in tutta Italia. Ingeneroso e oltretutto utopico, quindi, dare per scontato e solo aver pensato che Gualdo potesse rispondere con lo stadio gremito da subito.

Un’altra cosa rimasta sospesa, dopo ieri sera, è stata una delle frasi finali di Minelli: “Oltretutto non ho nessun obbligo”. Beh, attenzione, un obbligo pensiamo che ce l’abbia: morale. La fusione, che ha portato alla scomparsa di due società è stata ideata e voluta, all’inizio, da lui. Questo non è un obbligo: questo è un obbligo immenso. Poi se veramente, come ha dichiarato, ci sono stati imprenditori che hanno approfittato della fusione per dileguarsi e non rispettare accordi presi è un altro discorso, dove Minelli può aver pienamente ragione. Però la cancellazione di due società, di cui una di 95 anni con un’aurea sportiva leggendaria, con in dote un enorme senso di appartenenza (non presenze allo stadio, ma appartenenza… è diverso), non può non essere concepita come una responsabilità enorme nei confronti dell’intera comunità gualdese. “Benvenuta fusione, ma che non ci faccia rimpiangere i tempi della Promozione col Gualdo“. Questa frase dovrebbe essere stata un punto fermo di coloro i quali il progetto di Matteo Minelli lo hanno sposato, realizzato ed impacchettato. “Uniamoci, ma non per stare peggio di come stiamo adesso. Altrimenti avrebbe sì senso, ma in maniera molto molto minore” dovrebbero, speriamo, aver detto. E se ricordiamo bene, lo hanno detto anche a noi nelle conferenze stampa di presentazione del 2013: “Sarà un club con progetti ambiziosi”. Questo vuole dire l’esatto contrario di “Se non abbiamo 50mila euro, fra due anni chiudiamo” e presuppone una responsabilità e un obbligo morale enorme.

Lungi da noi fare i conti in tasca e non considerare il momento economico funesto, che comunque è lo stesso di due anni fa per la quasi totalità delle aziende gualdesi (se non peggio), lungi da noi non considerare più importante un posto di lavoro rispetto all’attività sportiva, ma da qui a chiudere le porte dello stadio lasciando a piedi centinaia di ragazzi del settore giovanile, una storia centenaria e i sogni di tanta gente pensiamo ce ne corra. Perciò un appello alle forze imprenditoriali gualdesi o non gualdesi che operano nel territorio (quante volte si usa questa frase nei mesi di maggio e giugno nel mondo del calcio?) lo facciamo anche noi. E anche tutti gli altri sponsor che la società ha tra quelli acquisiti: che continuino nel loro contributo. Ieri Minelli ha ricordato il grande e straordinario sforzo della gualdese Euroforn, ma ce ne sono tanti altri.
E facciamo un incitamento anche a Matteo, affinché, nelle sue possibilità, non molli di un centimetro e persegua quegli obiettivi ambiziosi che aveva promesso. Non può certo essere un anno di flessione a disintegrarli, altrimenti ogni avventura finirebbe al primo dosso. E quanti ne abbiamo superati, noi, di dossi?

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