“La storia dei fratelli Filippetti è memoria che rende liberi”

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Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Brunello Castellani sull’iniziativa “Pietre d’Inciampo” a Gualdo Tadino, promossa dall’amministrazione comunale.

Anche se, per ragioni di lavoro, mi è stato impossibile essere presente, voglio manifestare gratitudine all’Amministrazione comunale di Gualdo Tadino per l’iniziativa promossa in occasione del “Giorno della memoria” con la collocazione di due “Pietre d’inciampo” a ricordo dei fratelli Tommaso ,e Mariano Filippetti morti nei campi di concentramento. E’ stata anche l’occasione per rileggere il bel testo del compianto Fabbrizio Bicchielli e coinvolgere gli studenti delle scuole gualdesi.

Mi permetto di riprendere alcune battute di un mio post delle scorso anno con qualche integrazione e di pubblicare una fotografia tratta da un importante libro sui deportati umbri “Li presero ovunque” di Olga Lucchi. La foto ritrae il Comitato costitutivo della Lidu (Lega italiana dei diritti dell’uomo) di Esch sur Alzette. I due in seconda fila a destra sono Mariano e Tommaso Filippetti (che del Comitato è segretario). Accanto a loro, seminascosto c’è Andrea Viventi anche lui minatore gualdese, deportato e morto nel campo di Natzweiler. Filippo Filippetti è quello davanti al centro (impossibile non cogliere la somiglianza con i fratelli) e alla sua destra c’è un altro gualdese Emilio Di Lucia di palazzo Mancinelli anche lui deportato e come Filippo sopravvissuto.

La Lidu, nata a Parigi nel 1927, era un’organizzazione aperta a tutti gli antifascisti e di riferimento per gli esiliati politici. “La Lega afferma e difende i principî essenziali della convivenza civile e particolarmente: l’inviolabilità personale e domiciliare dei cittadini; la libertà di coscienza; di parola; di stampa; di riunione; di associazione; di azione sindacale in patria ed all’estero; la piena e diretta sovranità popolare contro ogni sistema di oligarchia e di dittatura; il dovere della resistenza all’oppressione e all’arbitrio d’ogni regime che neghi questi principi”.

E’ dunque l’impegno politico, la militanza comunista, la lotta per i diritti e l’emancipazione dei lavoratori che porta all’arresto dei fratelli Filippetti. Già sottoposti a vigilanza vengono espulsi dal Lussemburgo nel 1936 e mentre sono portati dalla polizia alla frontiera cantano “L’Internazionale”. Si trasferiscono in Francia a Audun le Tiche, oggi gemellata con Gualdo Tadino, e continuano a fare i minatori e a fare politica.

Quando, nel 1939, i nazisti occupano la Mosella molti scappano, ma i Filippetti restano a lavorare in miniera e, del resto, non possono tornare nell’Italia fascista. La mattina del 3 febbraio 1944 i tedeschi, accompagnati dal direttore della miniera, scendono in fondo alle gallerie e arrestano 14 minatori (tra i quali Tommaso, Mariano e Filippo), altri 3 ne prendono all’esterno.

Sono portati in vari Lager e solo in 4 torneranno. A Dora, i Filippetti sono ancora insieme, come testimoniano i numeri di matricola 89589, 89590 e 89591. Tommaso, trasferito a Bergen Belsen con un viaggio di molti giorni senza acqua e cibo, resiste fino alla liberazione ma, stremato e malato di tifo, muore qualche giorno dopo. Mariano muore a Dora. Filippo, il più giovane, è l’unico a tornare ma non parlerà mai della sua esperienza nel lager di Dachau. Antonio, il quarto fratello, sfuggito al rastrellamento, morirà nel 1959 nella miniera di Audun le Tiche, schiacciato da un blocco di minerale.

Angelo Filippetti, figlio di Tommaso, anche lui minatore e comunista, diventerà sindaco di Audun le Tiche dal 1983 fino alla morte prematura nel 1992. Aurelie Filippetti, figlia di Angelo e nipote di Tommaso, è stata ministra francese della cultura e ha rievocato questa storia in un libro intenso e toccante “Gli ultimi giorni della classe operaia”.

La storia dei fratelli Filippetti e degli altri gualdesi morti nei lager è una storia di emigrazione, di duro lavoro e di impegno politico per la libertà e l’uguaglianza. E’ una storia che continua a parlare a noi e ai nostri figli. E una storia di memoria viva di quella memoria che rende liberi.

Secondo lo Unided States Holocaut Memorial Museum le persone imprigionate e uccise dai nazisti furono da 15 a 17 milioni. Tra loro ci sono 6 milioni di ebrei, un’enormità, ma ci sono anche da 1,5 a 2 milioni di perseguitati per ragioni politiche.

Dei 613.000 militari italiani, tantissimi, che si rifiutarono di collaborare con la Repubblica di Salò e gli occupanti tedeschi, dopo l’8 settembre, e per questo vennero sfruttati come schiavi in miniere e campi di lavoro in Germania, 51.000 pagarono questa scelta coraggiosa con la vita. Dei 23.826 italiani (22.204 uomini e 1.514 donne) deportati nei lager nazisti per motivi politici, quasi la metà 10.129 non tornarono. Dei 152 deportati umbri (148 uomini e 4 donne), dei quali si occupa il libro di Olga Lucchi, solo 57 sono sopravvissuti al lager.

Brunello Castellani