Cento anni dalla morte di Roberto Calai, il più grande benefattore di Gualdo Tadino

Pubblicità

Un secolo, cento anni. Un lasso di tempo che evoca ricordi e crea meraviglia. Un limite mentale che ci imponiamo per tirare, molto spesso, le somme d’una storia ormai ben sedimentata.

Cento anni, e nulla pare quasi essere cambiato da quel giorno; si era sul finire d’una grande pandemia, così come oggi siamo in un angolo buio della nostra storia. Ma anche nell’ombra ci sono persone che portano la luce, soprattutto nell’ombra.

Passiamo spesso, distrattamente, davanti a un celebre fabbricato in cui innumerevoli generazioni di gualdesi sono nati. Lo guardiamo incuranti, ora placido, silente, come in attesa. Quasi ci spia attraverso le fronde degli alberi dei giardini pubblici, come volesse chiederci, in un sussurro, quand’è che la vita tornerà a bussare alla sua porta. Quell’edificio è noto a tutti, ma soprattutto i più “grandi” di noi ne hanno viva memoria: l’Ospedale Calai.

Un secolo fa, proprio in questa data del 19 giugno, alle ore 17.20, un grande uomo si spegneva a Gualdo Tadino: il Vescovo Roberto Calai.

Forse, a ben vedere, Gualdo ha sempre avuto un rapporto piuttosto intimo con vescovi e santi e Roberto Calai, per le energie che ha profuso in tutta la vita per la sua città natale, diventa un esempio di forza, di generosità, di fermezza e di spirito da tramandare, difficilmente eguagliabile. Le sue vicissitudini interiori, le sue volontà di spogliazione e la voglia di concedersi e concedere tutto quel che aveva ai suoi concittadini meno fortunati, fino a morire senza più alcun bene terreno, ce lo fanno automaticamente accostare ad un altro uomo, immenso e ineguagliabile, della nostra Umbria: San Francesco.
L’episodio della spogliazione in piazza ad Assisi, quando Francesco scelse di levarsi di dosso il “peso” dei beni terreni di fronte a tutti e soprattutto davanti al padre, non possono non richiamarci alla mente, almeno un minimo, la vita d’un uomo che non solo si impegnò per la sua città, ma visse profondamente per quella che considerava quasi una parte della sua anima: la sua Gualdo e i suoi Gualdesi.

È soprattutto per questo impegno e questo immenso valore che il Calai uomo, ancor prima che religioso, andrebbe meglio conosciuto anche dalle generazioni dei più giovani, che avranno, prima o poi, l’onere e l’onore di portare avanti il nome d’una Città che si è sempre battuta per migliorarsi.

Uno scorcio dell’interno del Palazzo Calai (foto Daniele Amoni)

Roberto Calai Marioni nacque in una nobile e facoltosa famiglia, discendente dei Conti Palatini imperiali, in un freddo 18 dicembre del 1842, da Enrico e da Adelaide Colini. Sarebbe dovuto essere suo fratello Francesco, più grande di lui di circa sei anni, a dover ereditare il nome della casata ma il “vaiolo arabo” se lo portò via a Spoleto nel 1860, quando Roberto non aveva nemmeno diciott’anni: ecco che il peso del nome ricadeva tutto sull’unico figlio maschio rimasto in famiglia.
Ma il ragazzo, ammirato e ambito in città sia per le sue possibilità, sia per la sua indole generosa e la sua già profonda cultura, in aperto contrasto col padre mostrava una piena ritrosia per la vita “mondana”.

L’episodio cruciale sarebbe stato quello della fuga a Perugia, dove si era già culturalmente formato presso l’arcivescovo Gioacchino Pecci, futuro Papa Leone XIII. Roberto Calai sarebbe stato ordinato sacerdote il 30 marzo del 1872, per la gioia della madre Antonia, delle sorelle Angela ed Emilia, e con la ferma certezza che il padre, scomparso pochi anni prima, si era infine reso conto che quella scelta del figlio, dapprima osteggiata, era stata la via più giusta, concedendogli la sua approvazione.
Gualdo all’epoca appariva immensamente differente da quel che possiamo ammirare oggi e la spinta definitiva alla crescita della città sarebbe stata presa sulle spalle interamente da Roberto.

Il Calai, che salì i gradini della gerarchia ecclesiastica fino ad essere consacrato Vescovo, avrebbe, da solo e con il suo solo patrimonio, cambiato la storia ed il volto della città di Gualdo Tadino. Sul finire del 1800 sarebbe riuscito, dopo essersi personalmente presentato a Torino presso Don Michele Rua, successore di Don Bosco, a far istituire un oratorio e una scuola salesiana, laddove ancor oggi possiamo ammirarla.
Le spese per la costruzione, sul “Pincio”, sarebbero state interamente a suo carico, così come la maggior parte dei terreni dove ancor oggi sorge l’oratorio sarebbero state una sua donazione al comune di Gualdo, per il quale si sarebbe prodigato partecipando anche alla vita politica, ricoprendo il ruolo di consigliere comunale per decenni. Ma la sua generosità non si sarebbe fermata certo ai Salesiani, che originariamente, lo ricordiamo per amor di cronaca, avevano sede nel monastero di Santa Margherita, presso la non più esistente Porta San Donato.

Roberto Calai, sempre a proprie spese, si sarebbe infatti impegnato nella ristrutturazione della chiesa di San Benedetto, suo vero amore per tutta la vita, riaperta al pubblico il 27 settembre del 1896 con una grandiosa cerimonia, dotandola anche di oggetti sacri di pregiato valore come coppe, busti e calici da messa, dallo stesso acquistati dalle monache di Santa Margherita, e si sarebbe profuso tanto per la futura cattedrale da essere investito, da lì a pochi anni, del ruolo di Primo Vicario Generale della Cattedrale nascente.
Un passo importante per la chiesa di San Benedetto, simbolo da sempre di Gualdo Tadino.

Ma certo la più eclatante avventura, e che più di tutte sarebbe rimasta impressa nella memoria, sarebbe stata la costruzione del nuovo ospedale. La vecchia struttura, oramai fatiscente, non sembrava infatti più adeguata per il ricovero dei malati e ancora una volta Roberto Calai, mai pago del suo impegno per Gualdo, volle che venisse realizzato, a sue spese, un nuovo edificio.

L’atto di donazione dell’ospedale (dicembre 1919)

L’atto di donazione del palazzo, quello che oggi rimane celeberrimo come Ospedale Calai, sarebbe rimasto nella memoria collettiva forse più di tutte le opere del generoso gualdese. Era il primo dicembre del 1919 e così come recita il documento, vidimato dal notaio Giulio Guerrieri nella sala da pranzo del Palazzo Calai, sito nell’omonima via Calai che ridiscende dalla Piazza Martiri, Roberto, che allora aveva settantasei anni, si impegnava a donare a Gualdo “Un fabbricato adibito ad uso Ospedale civile con vasto piazzale annesso, posto in Gualdo Tadino”, assieme a svariati appezzamenti di terreni attigui a quello che allora era il piazzale del mercato, nonché una Farmacia accanto all’allora Piazza Vittorio Emanuele.

Il funerale di Roberto Calai

Roberto Calai si sarebbe spento sette mesi più tardi, il 19 giugno 1920, come quasi che l’atto di cessione dell’ospedale avesse rappresentato la chiusura d’un cerchio, d’una vita interamente dedicata alla sua comunità, sia a livello spirituale, sia culturale, sia fisico, con la cura del corpo. Ancora una volta, poco prima di chiudere gli occhi per sempre e partirsene dal mondo degli uomini, il suo ultimo pensiero sarebbe stato per Gualdo e avrebbe dato disposizioni che quel che gli era rimasto fosse impegnato per la sua città, tramite le persone di Nicola Cola e Antonio Ribacchi. Si stima che le elargizioni, tra quelle effettuate in vita e i lasciti testamentari, fossero di quasi 150.000 lire, una cifra esorbitante per l’epoca.

L’ospedale come appariva nei primi anni del secolo scorso

Quando le campane suonarono a morto l’intera città si chiuse in un doloroso lutto; per quel giorno il comune diede disposizione che fossero chiuse le attività lavorative, ludiche, sportive e che si sospendessero anche gli uffici pubblici. Non era morto solamente un gualdese, se n’era andata una pietra miliare della città, che aveva ridefinito Gualdo Tadino spiritualmente e anche a livello edilizio, dandogli la forma che oggi conosciamo, spianando la strada ad una sua riqualificazione e una sua espansione.

Per una memoria storica della città ecco quindi il ricordo di uno dei suoi illustri personaggi, che ebbe come unico fine l’amore per la sua Terra e la sua stessa Terra lo ricambiò con amore. Perché essere gualdesi è un grande orgoglio, da sempre.

© MATTEO BEBI – GUALDO NEWS

Articolo precedenteFabriano e Gualdo Tadino: “Orte-Falconara strategica. Il Governo lo ha capito”
Articolo successivo“L’affitto? Me lo paghi quando ricominci”. La bontà ai tempi del Covid
Laureando alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università degli studi Perugia, pur lavorando spesso come traduttore di lingua francese, di cui è madrelingua. È cresciuto infatti in Belgio, al seguito del padre impiegato presso la NATO, dove è nato l’interesse per la storia tra castelli e profili nordeuropei. Ha studiato presso la Scuola Militare Teuliè di Milano frequentando il Liceo Scientifico Europeo in culture classiche. Iscrittosi poi all'Università degli Studi di Perugia Nel 2018 ha pubblicato il romanzo storico "Poi si fece buio", nel 2019 il racconto con postfazione storiografica "La leggenda dell'Arco" e "Un rumore lontano" e nel 2020 "Di luce e d'ombra", con un'ampia sezione saggistica di storia locale. La partecipazione al Festival del Medioevo di Gubbio lo ha portato vicino al mondo delle case editrici, così da poter dare il via a diverse collaborazioni attraverso le quali realizza testi di ricerca storica saggistica su alcune città del centro Italia e il mondo dei libri lo ha inserito nell'ambito dei concorsi letterari, per i quali è stato nominato giudice di commissione.