San Facondino; tra realtà e mito nella storia millenaria gualdese

A 1413 anni dalla dipartita del santo

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Il 28 agosto dell’anno del Signore 607, si spegneva un illustre “gualdese” che noi tutti abbiamo nella memoria: il vescovo Facondino, che sarebbe stato poi canonizzato divenendo San Facondino.

San Facondino busto fuori della chiesa a lui dedicata.

La figura del santo rievoca subito nelle nostre menti la chiesa a lui dedicata nell’omonima località, non distante dal cimitero comunale (lì trasferito dal vecchio sito accanto alla chiesetta di Santa Maria delle Rote nel XIX secolo, in seguito a una grande epidemia di colera che aveva richiesto, ahinoi, maggiore spazio per le sepolture). Ma la chiesa, in quel luogo adagiato sotto la montagna, esiste in verità da tempo immemore; registrata come il più antico luogo di culto cristiano nella zona, veniva indicata, fino al XVI secolo, con la dicitura “Parocia Serre Sicce”, termine ancora non ben chiarito (Parocia Sancti Facundini sive Serresicce nei documenti).

Val bene, prima di parlare della sua edificazione, e ricostruzione, e di ricordare la figura di Facondino, di menzionare la leggenda fondativa che coinvolge la chiesa stessa. La storia vuole che proprio in questo giorno, di secoli or sono, alla morte del sant’uomo, a un contadino del luogo venisse in sogno un messaggero. La figura celeste gli annunciava che Facondino s’era spento, e gli comandava di portare due giovenchi, attaccati a un carro, proprio dove l’anima del santo era spirata, ovvero tra il Rio Moro, oggi Romore, e il fiume Castriano, oggi Rio Vaccara. Quando si fosse trovato lì, il contadino avrebbe dovuto adagiare la salma sul carro e spronare i giovenchi: dove questi si fossero fermati, lì si sarebbe dovuta erigere la chiesa. E così, secondo la leggenda, venne scelto il luogo di riposo del vescovo tadinate.

Tenendo ben presente la narrazione mirabolante che riguarda questa miracolosa fondazione, e certamente considerandola alla stregua di moltissimi racconti agiografici non dissimili, in tutta la Penisola, possiamo comunque ben considerare che quella chiesa venisse realmente eretta, poco tempo dopo la dipartita di Facondino, accanto al fiume Castriano. Oggi, quel primo luogo di culto, non esiste più; anni difficili succedettero e le incursioni di svariati popoli ed eserciti, lo spopolamento e l’abbandono successivi, verosimilmente segnarono il destino dell’edificio originario che, fin dai suoi albori, era divenuto meta frequentatissima di pellegrinaggio.

Era l’alba del secolo XI e i figli del conte di Nocera, Monaldo, si incontravano a Gualdo, oramai già sostituitasi a Tagina, sotto la spinta di colui che sarebbe stato noto come San Romualdo. L’eremita gli aveva imposto un’opera pia, come si usava all’epoca, verosimilmente per riconciliare i fratelli tra loro, e far espiare le proprie colpe a quei nobiluomini, invischiati nelle lotte tra imperatore e reazionari romani (si veda Crescenzio) e nelle vicende tutte interne alla loro famiglia, l’inizio della famiglia Trinci. Quegl’uomini accettarono l’onere e la nuova chiesa di San Facondino sarebbe stata eretta. Erano Vico, detto Lupo, di Fossato e Gaifana, Radulfo, o Rodolfo, di Salmaregia e Parrano, Offredo di Nocera e forse anche Atto di Todi e Monaldo (figlio di Monaldo suo omonimo). I fratelli vi si ritrovarono proprio per la prima messa, assieme a una stuola di pellegrini che mai avevano veramente dimenticato Facondino e, cosa notevole, il luogo veniva inaugurato sotto il benestare dell’imperatore Enrico II, lì di passaggio attraverso la via Flaminia. La chiesa, dopo la devastazione di Nocera da parte di Federico II nel 1248, si sarebbe anche attestata a capo della diocesi nocerina.

Scorcio dell’attuale chiesa di San Facondino.

Pur non avendo noi certezze nemmeno sul periodo esatto in cui Facondino si adoperò per Tagina (diatribe accademiche ponevano il santo in periodi storici differenti), si tende oramai a riconoscerne la collocazione sotto Papa Gregorio Magno. È lo stesso Pontefice, prolifico autore, che aveva infatti emanato delle missive, indirizzate all’allora vescovo di Gubbio, nell’accorata richiesta di inviare qualcuno a Tagina per tentare di riportare la situazione alla normalità. Dopo le tante devastazioni gli abitanti, privi di guida spirituale, si erano rigettati nel paganesimo. Il quadro ci pare plausibile, così com’è corretto che Papa Gregorio Magno chiedesse a Gubbio, e al vescovo Gaudioso, e non alla vicina Nocera, in quel momento devastata dalle incursioni, cosicché il periodo in cui collocare Facondino può essere giustamente riconosciuto in quel VI-VII secolo. Facondino, allora eremita sulla Serrasanta, si accollò quel peso assumendosi l’incarico di guidare l’episcopato tadinate e ricreò una comunità attorno alla sua persona. Tagina era solo un’ombra lontana di quel che era stata e gli abitanti, pochi e impoveriti, seguirono gli insegnamenti dell’uomo e della congregazione, che onorava la regola di Sant’Agostino, che vi fondò.

Dipinto del sec. XV nella chiesa di San Pellegrino a Gualdo Tadino.

Oggi, a 1413 anni dalla sua dipartita, ricordiamo non solo un santo, ma anche una colonna portante della storia di Gualdo Tadino. La sua figura sarebbe stata nota ben oltre i confini dell’Umbria (nella Cattedrale di Rimini si conserva un sarcofago del VI secolo in cui pare siano conservate delle reliquie di San Facondino insieme a quelle di San Gioventino, suo discepolo e successore) e il suo nome, oltre a caratterizzare una delle porte d’accesso della città medievale, e il corrispondente quartiere, sarebbe rimasto nelle menti dei gualdesi, che lo avrebbero sempre venerato nel tempo, fino ad oggi. Facondino sarebbe stato elevato a protettore della città ed onorato, ogni terza domenica del mese, con una processione che, uscendo da Porta San Facondino, si dirigeva verso la sua chiesa, usanza che si sarebbe ripetuta fino al XIX secolo.

Una figura lontanissima nel tempo che, nonostante tutto, rimane ancora momento di aggregazione e faro per la comunità, anche un millennio e mezzo, o quasi, dopo la sua scomparsa.

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Laureando alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università degli studi Perugia, pur lavorando spesso come traduttore di lingua francese, di cui è madrelingua. È cresciuto infatti in Belgio, al seguito del padre impiegato presso la NATO, dove è nato l’interesse per la storia tra castelli e profili nordeuropei. Ha studiato presso la Scuola Militare Teuliè di Milano frequentando il Liceo Scientifico Europeo in culture classiche. Iscrittosi poi all'Università degli Studi di Perugia Nel 2018 ha pubblicato il romanzo storico "Poi si fece buio", nel 2019 il racconto con postfazione storiografica "La leggenda dell'Arco" e "Un rumore lontano" e nel 2020 "Di luce e d'ombra", con un'ampia sezione saggistica di storia locale. La partecipazione al Festival del Medioevo di Gubbio lo ha portato vicino al mondo delle case editrici, così da poter dare il via a diverse collaborazioni attraverso le quali realizza testi di ricerca storica saggistica su alcune città del centro Italia e il mondo dei libri lo ha inserito nell'ambito dei concorsi letterari, per i quali è stato nominato giudice di commissione.