Gianni Paoletti su ‘L’Abbazia Perduta’: “La buona storia diverte”

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di Gianni Paoletti

  Un grande medievista, Marc Bloch, scrisse nel suo Apologia della storia che ci si volge al passato perché esso costituisce in sé uno spettacolo: la lontananza nel tempo ne fa qualcosa di enigmatico, persino di pittoresco, un remoto-suggestivo un po’ come quello nello spazio. L’attrazione per le res gestae della storia come palcoscenico variopinto si affianca, poi, al bisogno di capire, di dare un senso a quel che siamo, che altro non è se non il prodotto di quel che è stato: «non si finisce mai di comprendere», scrisse Bloch. E un uomo braccato dai nazisti, come lui era in quei mesi, certo aveva più bisogno di capire che di intrattenersi.

  L’Abbazia perduta di Matteo Bebi soddisfa le due condizioni blochiane del «mestiere dello storico»: solletica una curiosità innocentemente – perchè no? – fine a se stessa e cerca di spiegare, di dare una linearità ad una vicenda collettiva lunga secoli. L’abbazia di San Benedetto «vecchia» fu almeno per duecento anni, come dimostra Bebi nel suo libro, il nucleo di conservazione e trasmissione della civiltà gualdese, dalla devastazione di un medioevo ancora mezzo pagano fino al solidificarsi di poteri più o meno legittimi e fra loro concorrenziali: il papa, l’imperatore, i signorotti feudali, le città. L’abbazia dimenticata fu molto più che un luogo di meditazione attorniato da qualche casupola di contadini in cerca di riparo dalla spada, dalla rapina e dalla miseria. Essa fu il nodo organizzato, attivo e potente di un’altra Gualdo, quella che precedette la città della Val di Gorgo, celebre, alla fine, solo, o quasi, per il modo pirotecnico in cui, nel 1237, finì.

Bebi racconta, appoggiandosi su documenti e su ipotesi ragionevoli, come Gualdo Tadino sia stata un microcosmo delle vicende fondamentali di un medioevo centrale molto complesso: l’epoca in cui cominciarono le crociate, in cui i poteri universali si fronteggiarono senza scrupoli per via delle investiture dei vescovi, in cui la riforma di Cluny organizzò un enorme potere abbaziale, in cui avventurieri e signorotti feudali cercarono di accaparrarsi insieme alle terre anche il favore di Dio “pro redemptione animae”. Un mondo, insomma, non tanto distante dalla brutalità del Magnificat di Pupi Avati: austero, pieno di simboli, di lotte sotterranee, di potenze in armi.

  L’Abbazia perduta svela qualche enigma etimologico (perchè Madonna delle Rote?, per dirne una), fa ipotesi ardite, come quella su San Martino, che contenderebbe il posto di “unico, originale, gualdese” a San Facondino (sebbene gli specialisti di agiografia abbiano molti dubbi anche su quest’ultimo: ma non diciamolo troppo in giro). A ben vedere, il libro di Matteo Bebi dimostra che Gualdo Tadino, per paradosso, ha avuto la sua unicità e originalità (gualdesità è un concetto vago, buono per ogni declinazione, a parte la saldezza del dialetto che parla noi, più che noi parlare lui) nella contaminazione, nel sovrapporsi di lingue, culture, usi, culti. La sua forza è stata l’adattamento a quel “banco del macellaio”, per dirla con Hegel, che è la storia. Il lettore in cerca di una buona compagnia serale, magari alternativa al web, la può trovare nell’Abbazia perduta: l’autunno gualdese favorisce certe suggestioni da Nome della rosa. Alla fine, darà ragione a Marc Bloch: la buona storia diverte e spinge a capire. Molto oltre il medioevo.