“Il Latino doveva diventare via, verità e vita”. Gianni Paoletti ricorda la prof Scatena.

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di Gianni Paoletti

Dieci anni fa, nell’annuario del liceo scrissi una pagina sulla prof Scatena: un personaggio gigantesco nella storia del liceo, con un posto d’onore guadagnato sul campo. Un ricordo soggettivo, da ex suo studente, di come l’avevo vista io, dalla prospettiva dei miei quindici anni. Agli amici di Gualdo News ho chiesto di ripubblicarlo. Così, per salutarla.

La prof Scatena era diversa. Accigliata come un Catone, obbligante come una perifrastica passiva, severa come una sentenza di Seneca. “Il latino lo imparerete, vostro malgrado”: così ci disse, ghignando, un suo collega, i primissimi giorni. Era un avvertimento.
La prof, fumatrice di razza, coltissima, sorbiva volentieri caffè e se ne stava sulla cattedra con un maglioncino sulle spalle, che di tanto in tanto strattonava con un moto di stizza, come a dare un saggio esiziale dell’immane vigore del suo potere sovrano. Il latino era la logica in persona, era la lingua del diritto, del divino Virgilio, della filosofia scolastica e della teologia. Anche Dio Onnipotente, semmai avesse voluto fare due ciarle con noi miseri mortali, avrebbe certamente parlato latino. Il latino doveva diventare, evangelicamente, la via, la verità e la vita.

La prof Scatena, che esercitava una tirannia illuminata, una sorta di governo dispotico temperato dalla sua cultura poderosa e dal suo carisma, dalla cattedra teneva sotto scacco quelli di noi, riottosi ed eversori, che avessero osato anche solo pensare di non mandare a memoria declinazioni, paradigmi, regole e vocaboli. Atti di insubordinazione non erano neppure immaginabili. Poi, un giorno, la prof disse una cosa che la rese, nella sua condizione di monarca, decisamente più vicina a noi, ancora così acerbamente tratti innanzi al santuario custodito nelle sudate pagine del Tantucci. “Questo stronzo di libro”. Disse proprio così. Di quel maledetto volume di grammatica, su cui aveva scovato una desinenza sbagliata. Un imperdonabile peccato mortale. Ridemmo tutti a crepapelle. Rise anche lei. Il latino lo imparammo. Imparammo ad amarlo, anche. Nei nostri amarcord liceali, oggi, il suo nome salta fuori sempre. Da questa distanza di tempo ci scopriamo, da adulti, riconoscenti nei suoi confronti. Ci ha insegnato che il Castiglioni-Mariotti, in fondo, era un trattato di armonia e di logica: insomma, che nel latino c’è bellezza, che è già moltissimo, anche se solo fine a se stessa, ma c’è anche chiarezza di spirito, che è coerenza, onestà, civiltà. In un certo senso, sì, è vero, il latino poteva essere via, verità e vita.

Gianni Paoletti

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