“La repubblica delle banane”, la nuova opera di Piergiuseppe Pesce

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L’artista Piergiuseppe Pesce torna a far parlare di sé e come spesso è accaduto con un’opera derisoria e provocatoria ma sincera, in una realtà che tocca il sociale e che in questi giorni – ma non solo – è calata nei grandi problemi che stiamo vivendo tra pandemia, crisi economica e politica.

Ed eccola una bella poltrona come una scranna, sospesa e applicata su una tela bianca, che richiama significati maestosi, solenni, e che il titolo di questa installazione assemblata dall’artista riporta a una comunicazione chiara e allo stesso tempo povera, e proprio per questo di grande effetto e comprensione, tanto che Vittorio Sgarbi la pubblica sul suo profilo Facebook senza alcun commento ma scrivendo soltanto “Post muto”, e tanto è bastato per avere migliaia di consensi.
 
C’era da aspettarselo. Primo perché “La repubblica delle banane” ha in sé l’ironia tutta napoletana che sta nelle origini dell’autore che oggi è di stanza a Gualdo Tadino, in Umbria, poi perché tiene fede alla sua sperimentazione artistica che guarda al Pop e lo fa suo in una rivisitazione personale, anche del Dada, che vediamo in tutto il suo lavoro. Non solo. Mantiene la sua impronta nel continuo e pressante interesse nell’eleggere a filo conduttore della sua creatività in “quei soggetti simbolo del nostro universo politico, religioso, culturale e mediatico”, ci spiega. In “quelle icone del quotidiano, quei miti che hanno affollato e caratterizzato lo scorso secolo, e li ho accostati in un ideale riassunto iconografico, da cui traspare il distacco e la fuga dell’uomo contemporaneo rispetto ad essi, inevitabilmente decaduti o destinati comunque a decadere”.

L’opera è esposta nella “Galleria 93” di Prato, importante punto d’incontro con l’arte, che promuove Piergiuseppe Pesce nel suo percorso già ricco di successi in molte personali in Italia e anche negli Stati Uniti, proprio per il suo messaggio sociale che è universale là dove sa captare la pancia popolare in cui è stato maestro Wharol e da cui ancora una volta s’allontana come fece Rauschenberg in un proprio cammino soggettivo.

Infatti, scrive il critico d’arte Andrea Barretta, “se non fosse per il titolo l’opera di Piergiuseppe Pesce potrebbe aprire altra discussione, nel riferimento alla banana di Cattelan, sui problemi dell’arte contemporanea che subisce condizionamenti tra interessi di mercato e perdita della bellezza non più riconoscibile in un canone estetico”.
“Un’opera doppia, allora, che conferma la maestria di Pesce nel sapersi muovere tra oggetti come testimoni della vita di ognuno di noi e proposte di confronto e di riflessione – continua Barretta – che può assumere forme diverse a seconda del rapporto che l’osservatore ha nei suoi confronti. E doppia la raffigurazione: il dorato di una sedia importante con stemma che richiama rinascimentali consessi di potere e una vera banana che fa parte del nostro quotidiano. Poi il titolo che non vuole essere dispregiativo, com’è nel suo lessico, ma espressione di un suo linguaggio artistico concettuale che non vuole sottomettersi all’oligarchia, alla corruzione, al compromesso”.
Così rileva anche Catia Monacelli, critico d’arte e curatore, nell’affermare che “se l’arte è lo specchio dei tempi, l’opera di Piergiuseppe Pesce coglie a pieno un malcontento generale, frutto del disagio contingente ma anche di un cattivo esempio che arriva dall’alto. La repubblica delle banane è un’opera di denuncia, il Re è nudo e l’opera riassume questa disarmante verità”.           

     
E suscita reazioni che stanno anche nell’animo dell’artista, allorché conferma che “da questo secolo eredito confusione” e “come uomo e artista ho perso ogni riferimento storico, culturale, morale…”