Spettri di Pasolini. Una divagazione a cento anni dalla nascita

Di Gianni Paoletti

Petrolio, il romanzo postumo di Pasolini, è un fossile letterario, un resto d’ossa riemerso da un’epoca superata: la stagione dell’impegno, del terrorismo, della tv degli sceneggiati in bianco e nero, dell’austerity indotta dalla crisi petrolifera, della DC monolite di governo, di Kossiga scritto con la K, del PCI di Berlinguer. E come fossile è perfetto: pezzi, frammenti, schegge, da cui s’indovina appena uno scheletro, sufficiente a generare un sussulto di sgomento.

La mia copia di Petrolio è stata ferma sullo scaffale per vent’anni prima che la leggessi: c’è ancora il prezzo in lire. In questa immobilità, nella sua mancata lettura, c’era la gestazione di un’epoca: la nostra. Incredula di fronte al dilagare di quell’educazione al superfluo che rende superflue le vite, avvenuta mediante la Tv, esattamente come aveva predetto PPP, stordita dal livello di cialtroneria, di meschinità, di compiuto nichilismo civile. L’Italia non ha letto Petrolio per vent’anni forse anche perché ha avuto timore di vedersi ridotta, dilaniata, ancor peggio di quel che era quando Pasolini la descriveva terra d’imperituri machiavellismi in quegli ultimi mesi della sua vita.

I Settanta sono anni di spettri, di fantasmi, il più cupo dei quali è certo quello di Moro, eternamente evocato, soggetto a continue riesumazioni. E tanto più ambivalente e spettrale appare quell’epoca alla mia generazione, nata nei tardi Sessanta, prima spettatrice del disastro morale e civile di cui oggi vediamo ancora gli strascichi e, soprattutto, i danni. La Tv cominciò allora, con un’inclinazione sempre più spiccata ed efficace alla e per la massa, a propagare gusti, inclinazioni, modelli e, in quegli anni appunto, anche spettri. La spettralità televisiva è uno dei segni di quel decennio, almeno per quelli della mia generazione, sconvolta da almeno tre traumi televisivi: un Pasolini “sbagliato” e morto, un Pasolini morto ammazzato, bambini mezzi bruciati che fuggono terrorizzati dal napalm. Il primo Pasolini, Renzo, detto Paso (una sorta di archetipo di Valentino Rossi), moriva a Monza nel 1973, in sella alla sua moto, con una tragica teatralità. Poi, l’altro Pasolini, quello “giusto”, molto più famoso del Paso, anche lui morto come un eroe tragico, ridotto a un mucchio di stracci sanguinolenti su una spianata di rifiuti, a Ostia, nel 1975. Infine, il terzo trauma, il napalm e la Tv che annuncia, altro lampo fra i più vivi, che la guerra del Vietnam è finita: e vengono i brividi, ma non quelli sanremesi, a pensare a quel che assistiamo in questi giorni.

Negli ultimi anni si assiste ad un profluvio di “pasolinismo” nella comunicazione pubblica italiana, specie in quella Tv che PPP avrebbe voluto chiudere manu militari in quanto responsabile del generale abbrutimento e istupidimento degli italiani, un popolo che, per dirla con Machiavelli, «crede più a li occhi che alle mani». Beninteso, PPP avrebbe voluto chiudere, almeno temporaneamente, la Tv fatta anche dagli Eco e dagli Zavoli. Quella di oggi, fatta dalle padelle dei magister dei cooking show, che hanno anche sostituito i Moravia, le Morante e i Calvino al primo posto della classifica dei libri più venduti, come avrebbe potuto apparirgli? Tiresia infallibile, fra Cristoforo eresiarca che punta il dito dicendo il suo “verrà il giorno”, liberatore postumo dai lacci di tutti i provincialismi e meschinerie italiani, cantore di un paradiso perduto rurale, di un eros libero, detentore di quell’io so che neppure quarant’anni e passa di processi hanno potuto verificare, Pasolini è il fantasma forse più variamente evocato degli anni Settanta. Gli italiani periodicamente se lo ritrovano davanti, come il grillo parlante di milioni di Pinocchio, o il corvaccio di Uccellaci e uccellini. PPP ricompare come un senso di colpa, specie a sinistra, per tutti quelli che sono stati inermi negli anni della Milano da bere, del rampantismo e dello scempio di ogni senso del pudore civico. PPP è oggetto di opportunismi, di liti furibonde e patetiche, o di falsificazioni, con addirittura un Pasolini proto o paleo-fascista per via della sua nostalgia di una campagna felix: come se bastasse dichiararsi una “forza del Passato” che si riconosce nella “Tradizione” per essere scambiati per estimatori del ventennio. Del resto, basterebbe vedere l’ultimo film di PPP, Salò, e tanto basterebbe a eliminare queste supposte, deliranti parentele. Ma PPP fustigò con grande scaltrezza e molto duramente soprattutto quel PCI di cui pure diceva di far parte. Oggi alcuni “pasolinologi” di professione, e di sinistra, sono anche gli stessi che della sinistra italiana hanno contribuito a fare una versione molto perbene, molto corretta, molto snob, tollerante, aperta, e soprattutto molto chic di una certa simpatia, molto ma molto distante, per il proletariato. Quelli con alle spalle, nelle interviste tv, il consueto scaffale molto liberal dal quale è indispensabile che grondino, bene in vista, gli inconfondibili volumi Adelphi e Einaudi, sicuro segno di vocazione democratica al comando, di un’uguaglianza un po’ più uguale di quella di tutti gli altri. PPP lo diceva di non avere più speranze, se non per cose minime, per piccoli progetti a breve scadenza. Niente più palingenesi. Niente più sogni di una cosa. Chissà se scriverebbe di nuovo un passo de Le belle bandiere: «l’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo».

Articolo precedenteUmbria per l’Ucraina: partiti 4 container di farmaci. All’ospedale una bimba per cure urgenti
Articolo successivoL’Istituto Comprensivo di Gualdo Tadino si mobilita per l’Ucraina
Gualdo News è il nuovo portale di informazione 2.0 della città di Gualdo Tadino.