Ci sono sfide che si scelgono non per superare gli altri, ma per incontrare se stessi nel punto più profondo e spoglio della terra.
Per Gianluca Costanzi, pettorale numero 1053, questa terra è stata il deserto del Sahara; la sfida, la leggendaria e durissima Marathon des Sables (MDS) 2026.
Si tratta di una delle ultramaratone più estreme e leggendarie del mondo, definita anche come “la corsa più dura del pianeta” che quest’anno ha compiuto 40 anni.
7 giorni, 270 chilometri di sabbia, vento, caldo, fatica pura e una bellezza che mozza il fiato. Un’avventura vissuta in totale autosufficienza alimentare, conclusasi con un bagaglio colmo di emozioni destinate a rimanere impresse per sempre nella memoria. 1500 “pazzi” che lo scorso mese di aprile si sono misurati con un livello estremo di fatica.
Gianluca è gualdese al cento per cento anche se vive e lavora da più di 20 anni all’estero. Torna comunque spesso per stare con famiglia e amici, casa per lui è sempre Gualdo Tadino.
Se la sognava da vent’anni questa corsa, scoperta per caso in un film documentario su un aereo proprio mentre andava in Africa per lavoro. Ci aveva quasi rinunciato per mille motivi fra impegni lavorativi e familiari, ma soprattutto grossi problemi alle ginocchia dopo aver passato una vita sui campi da calcio a tutti i livelli.
Gli era stato detto che le sue ginocchia erano logore e avrebbe dovuto smettere di correre. Lui non si è arreso e anche grazie a terapie sperimentali è riuscito non solo a correre ma addirittura a fare sport di endurance come il Triathlon, fino alla distanza del mezzo IronMan.
La Marathon de Sables è molto più di una corsa e richiede uno sforzo di preparazione enorme di molti mesi sia a livello fisico, che mentale e di logistica. Siccome quest’anno Gianluca passa il mezzo secolo di vita, ha deciso che questo era il suo regalo per i 50 anni.

IN MEZZO ALLE DUNE E SOTTO LE STELLE: LA “TAPPA INFINITA” E LA MAGIA DELLA NOTTE – Il viaggio di Gianluca è stato una progressione di emozioni e di scenari spettacolari. Le prime tre tappe sono state un crescendo per trovare il feeling con il deserto, l’escursione termica, correre sulla sabbia e con uno zaino di 9 kg sulle spalle. Durante la quarta tappa, la famigerata “tappa lunga” (un ultramaratona di circa 100 km), Gianluca è riuscito a catturare dei brevi video per rassicurare chi, da casa, lo seguiva con il fiato sospeso.
“In queste tappe lunghe si pensa solo ad arrivare al prossimo checkpoint (uno ogni 8 km circa) e non pensare troppo al caldo opprimente del giorno e la consapevolezza di una notte intera ancora da affrontare – racconta a Gualdo News – Bisogna cercare di tenere l’energia e la concentrazione a livelli altissimi, perché piccoli errori possono avere grandi conseguenze. A me e successo di non bere per qualche chilometro e ho avuto una forte disidratazione che per farla rientrare ci è voluto molto tempo e mi ha reso debole per molte ore”
La fatica estrema della corsa notturna è stata ripagata da una delle epifanie più intense del viaggio: un cielo stellato così limpido, immenso e vicino da dare la sensazione di poter toccare le stelle con un dito.

Un’esperienza magica che trasforma la sofferenza fisica in pura meraviglia. “La vera epifania pero è stata il realizzare che le stelle più belle sono sempre quelle che puoi vedere con i tuoi cari”, sottolinea.
LA FORZA DEL GRUPPO: LA VITA NELLA “TENDA 28”– Nessuno si salva da solo nel deserto. Uno degli aspetti più straordinari della MDS è la solidarietà profonda che si crea tra i partecipanti. Gianluca ha condiviso questa avventura con altri sette compagni nella Tenda 28, un manipolo di sconosciuti diventati rapidamente una famiglia.
Insieme hanno condiviso tutto: lo spazio vitale ridotto, le razioni di cibo disidratato, i “tre strati di sabbia” sulla pelle dopo sette giorni senza una doccia. Ma soprattutto, hanno condiviso la cura reciproca. Ci si aiutava a curare le vesciche ai piedi, ci si divideva l’acqua nei momenti critici e ci si faceva forza a vicenda quando le gambe sembravano non voler più rispondere.

L’ULTIMO SFORZO: LE DUNE GIGANTI E IL TRAGUARDO – Anche quando le energie hanno iniziato a scarseggiare, come nella penultima tappa di 42 km, dove Gianluca ha ammesso di aver dovuto stringere i denti più del solito, la determinazione non è mai venuta meno.
L’ultima frazione lo ha visto affrontare l’ennesima prova titanica: 8 chilometri di dune ininterrotte con una tempesta di sabbia e pioggia dove ogni passo affonda e richiede uno sforzo doppio, procedendo con una faticosa ma inarrestabile “andatura a tartaruga”. Eppure, proprio in mezzo a quella fatica estrema, con una carovana di dromedari che si stagliava all’orizzonte e il traguardo ormai vicino, la gioia ha preso il sopravvento.
Ogni sera, al rientro in tenda, ad attendere Gianluca c’era una busta piena di messaggi stampati inviati da amici, colleghi e familiari. Una scarica di adrenalina e amore che si è rivelata il carburante più potente per superare i momenti di crisi e continuare a correre.
Partito solo con l’obiettivo di terminare la corsa, Gianluca Costanzi è andato oltre le sue aspettative terminando in 630esima posizione su 1500 partecipanti.
IL RITORNO A CASA – Oggi, con la medaglia di Finisher al collo della Marathon des Sables e tre strati di polvere del deserto finalmente lavati via, Gianluca Costanzi guarda indietro a quella che inizialmente sembrava solo “un’idea folle” con un po’ di tristezza.
“Tutto è passato cosi velocemente e un pezzo di anima e cuore sono restati nel deserto, sicuramente ci tornerò con la famiglia”
L’avventura è finita, ma quel “contenitore” virtuale colmo di incontri, solidarietà, lacrime e tramonti infuocati rimarrà custodito per sempre.
“Un ringraziamento speciale alla mia famiglia, che ha appoggiato questa bellissima pazzia fin dal primo giorno, e a tutti gli amici che, passo dopo passo, non mi hanno mai lasciato solo in mezzo al nulla“, conclude il runner gualdese.















