Dal Ministero dello Sviluppo Economico al Ministero del Made in Italy: cambiano le denominazioni, ma per i territori della Fascia appenninica umbro-marchigiana i problemi sembrano restare sempre gli stessi.
Ancora una volta il comprensorio industriale tra Umbria e Marche si trova a fare i conti con la chiusura di un’importante realtà produttiva, la Electrolux di Cerreto d’Esi che ha annunciato il taglio di 1.700 posti in tutta Italia di cui 170 nelle Marche, in un clima di crescente preoccupazione per il futuro occupazionale dell’area.
A intervenire sul tema è Luciano Recchioni, ex delegato Fiom-Cgil della Antonio Merloni e oggi collaboratore della Uilm-Uil, che ripercorre le cause che portarono anni fa alla crisi e alla chiusura degli storici stabilimenti Merloni.
“Le ragioni furono molteplici – spiega Recchioni – ma già allora era evidente il surplus produttivo nel settore degli elettrodomestici. Le cappe aspiranti, così come frigoriferi e lavatrici prodotti tra il fabrianese, il perugino e il sassoferrarese, rappresentavano un’eccellenza industriale fin dagli anni Ottanta. Questo territorio era diventato un gigante della produzione e dell’occupazione, ma troppo concentrato su un solo comparto e senza una politica industriale adeguata”.
Secondo Recchioni, quanto sta accadendo oggi non può essere considerato inatteso. “Non mi stupisce quello che sta succedendo – afferma – mi stupisce piuttosto questo continuo tirare a campare. Oggi produrre in Italia richiede coraggio, ma una gestione più attenta e lungimirante probabilmente avrebbe potuto evitare il massacro occupazionale che stiamo vivendo”.
Negli ultimi decenni il territorio ha infatti assistito a una lenta ma costante perdita del proprio patrimonio industriale. Prima la chiusura dello stabilimento di Fossato di Vico della Faber, poi la Antonio Merloni, quindi Indesit con il passaggio a Whirlpool. Ora anche Electrolux, che meno di dieci anni fa aveva rilevato Best, torna al centro delle preoccupazioni di lavoratori e sindacati.
Ma il settore degli elettrodomestici non è l’unico fronte aperto. Recchioni richiama anche la difficile vicenda della ex Tagina, oggi Saxa Gres, che proprio in questi giorni è nuovamente al centro di un confronto ministeriale.
“Anche questa situazione – osserva – sembra un film già visto. Tavoli, incontri, promesse, ma senza una vera strategia industriale che garantisca continuità produttiva e tutela dell’occupazione”.
Il timore, condiviso da sindacati e amministratori locali è che l’Appennino umbro-marchigiano continui a perdere aziende, competenze e posti di lavoro senza riuscire a costruire un nuovo modello di sviluppo. Un territorio che per decenni ha rappresentato uno dei poli manifatturieri più importanti del Centro Italia oggi chiede risposte concrete, investimenti e una politica industriale capace di guardare al futuro e non soltanto di gestire le emergenze.















