Il treno del destino è la prima fatica letteraria del critico cinematografico di Gualdo Tadino, Michele Storelli. Del libro, pubblicato con l’importante casa editrice Bietti, ce ne parla Gianni Paoletti.
La pubblicazione è disponibile a questo link.
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di Gianni Paoletti
Finalmente – e lo scrivo con molto piacere – un libro di Michele Storelli. Critico cinematografico, organizzatore da anni di rassegne, di cineforum di grande successo e di progetti culturali sul cinema, Michele Storelli ha appena pubblicato con la milanese Bietti, fra i più importanti editori italiani in materia di settima arte, Il treno del destino.
Tre versioni di Assassinio sull’Orient Express. Il libro, scritto con uno stile molto godibile, fra ironia e acuta capacità di analisi, propone al lettore una sorta di viaggio di scoperta delle tre trasposizioni in pellicola di uno dei libri più amati di Agatha Christie, che uscì nel 1934. Su quel treno viaggia, in ciascuna di quelle tre versioni filmiche, un’interpretazione della natura umana.
Lascio al lettore il piacere della scoperta degli indizi che ognuna di esse semina nei dialoghi, nella fotografia, nei giochi multipli di rimandi interni, nella scelta degli interpreti, e in ogni minuto particolare che Michele Storelli ci fa “vedere”, sciogliendo, a sua volta, non un mistero, ma ben tre.
Il cinema, anche quello di genere, persino il giallo, ci dice l’autore fra le righe, quando è opera d’arte, innesca una sorta di gioco di seduzione con lo spettatore. Non per nulla, si rivedono spesso gli stessi film, persino i gialli. Il colpevole è ormai svelato, eppure continuiamo a guardarli, come se replicassimo lo stesso cartellone personale dei propri preferiti, ciascuno inseguendo qualcosa che gli è sfuggito.
Non più per «scoprire, ma per capire», come scrive Michele Storelli. I grandi film, come scrisse una volta Italo Calvino, sono «la storia della nostra vita», non perché necessariamente la descrivano, piuttosto perché l’hanno segnata, toccata, modificata, arricchita, e per ciascuno in base a motivi che attengono solo a se stesso.
La finzione del cinematografo soddisfa un desiderio umano profondo: «forse vogliamo continuare a essere ingannati», scrive Michele Storelli, «forse vogliamo essere parte di un mondo perduto». Che quel mondo perduto sia l’Orient Express, o la prateria di Sergio Leone (finta al quadrato, per giunta, visto che l’Old Wild West era la Spagna), o un’America fra quelle mille possibili, o l’Italia perduta delle borgate pasoliniane o quella delle bischerate degli amici miei (e sempre più nostri, ad ogni nuova visione) poco importa. Il cinema, ci spiega Michele Storelli, è inganno, sogno, gioco, ma soprattutto una spettacolare forma di autocoscienza creata dall’umanità per se stessa. Poirot, insomma, è sempre un Virgilio, comunque lo si interpreti. I tre capitoli in cui si articola Il treno del destino rilevano, così, tutto quello che sta sotto, dietro o accanto a ciascuna delle tre versioni in pellicola di quel romanzo giallo memorabile. Ma non spoilero nulla. Sarebbe un vero peccato. Rovinerei, come fosse un giallo appunto, la scoperta del colpevole. Anche se, alla fine, tutti sanno chi è stato. È stato il cinema.
















