Prosegue il viaggio nella memoria gualdese con Waldum – Voci da una città che racconta, il progetto di Sara Bossi che raccoglie testimonianze intense e genuine della nostra comunità. In questo episodio la voce è quella di Rita, 91 anni, che ci riporta agli anni durissimi della Seconda guerra mondiale vissuti da bambina nelle campagne di Gualdo Tadino. Tra piccole felicità e grandi paure, il suo racconto ci ricorda come anche nella brutalità della guerra potessero esistere momenti di umanità, come una tavoletta di cioccolata tedesca offerta a una bambina affamata.
EPISODIO 7 – RITA STELLA: RICORDI DI UNA BAMBINA DURANTE L’OCCUPAZIONE TEDESCA
Il 29 dicembre 1934 nasce Rita, da una famiglia umile e serena. Rita ha 91 anni e ne va fiera, perché i suoi ricordi sono ancora vividi.
Lei era ancora una bambina quando scoppiò la seconda guerra mondiale e di quei tempi spaventosi e anche molto violenti lei ricorda la forza di suo padre, la protezione di sua madre e l’amore delle sue tre sorelle.
La famiglia di Rita era di origini contadine, i soldi potevano mancare, ma il buon cibo a tavola mai. Avevano animali e campi da coltivare, la vera ricchezza dell’epoca d’altronde.
Rita andava a scuola a piedi, da casa sua fino a Grello percorreva quattro chilometri di andata e quattro chilometri di ritorno. Come poter biasimare una ragazzina a cui non piace la scuola se questo significava dover camminare ore per arrivarci e soprattutto per tornare.
Della scuola Rita ricorda un tesserino fascista, una sorta di avviso per il pagamento di una tassa che ogni volta doveva ricordarsi di dare al padre, affinché la pagasse.
Quando tornava da scuola, si divertiva ad aiutare la sua famiglia nel lavoro dei campi. Era ancora minuta, non sarebbe stata in grado di fare lavori pesanti.
Il padre però le trovava sempre un impiego, come quello di dover tagliare a pezzetti il parmigiano ricavato dal latte delle loro vacche.
A Rita piaceva molto il formaggio e il padre sapendo che ogni tanto ne rubava un pezzo e se lo mangiava le diceva “Rita Fischia! Continua a fischiare!”, almeno la sua bocca era impegnata a fare altro piuttosto che a depredare i pezzetti di parmigiano sotto gli occhi di tutti.
Rita amava aiutare la sua famiglia, loro avevano un proprietà e lì vi lavoravano tutti insieme. Un giorno la loro attività fu scombussolata da un evento che purtroppo in quei periodi succedeva molto spesso.
Una delle sorelle di Rita le chiese di andare a casa per prendere un fiasco di vino, così da far “rinfrescare” un po’ il padre e gli uomini che lavoravano con lui.
Rita allora corre verso casa, la strada da percorrere era breve ripensando alle sue abitudini per andare a scuola.
Ecco però, che proprio affacciandosi dalla finestra della sua cameretta, vede alcuni tedeschi sparare ai piccioni del padre. La vedono, saltano dentro casa, ma Rita è più veloce: scappa velocemente verso il campo e corre ad avvertire suo padre.
E’ comunque troppo tardi, ormai l’hanno vista. Quegli uomini in uniforme si incamminarono verso la collina, dove appunto si trovavano i loro terreni agricoli.
Ecco che Rita li vede arrivare, tutti con il loro mitra. “Maschinenpistole 40”, l’iconica pistola mitragliatrice, economica da produrre e molto diffusa tra le truppe.
Le armi vengono puntate contro Rita e la sua famiglia; di quel giorno ricorda la paura soffocante, le urla delle sorelle terrorizzate che erano già ragazze belle e quasi mature e correvano il rischio di non essere rispettate, la mamma che ripeteva “finirà presto”, forse per autoconvincersi e farsi forza per le sue figlie.
I tedeschi chiedevano sempre qualcosa in cambio, come se averli risparmiati significasse meritarsi un premio.
Andare a dar fastidio ad una famiglia di contadini era utile, perché anche se l’esercito tedesco era già in parte motorizzato, buoi e cavalli servivano per il trasporto dell’artiglieria e dei rifornimenti e quindi li rubavano alle famiglie come quella di Rita.
Allo stesso tempo le truppe dovevano anche mangiare e quindi ancora rubavano galline, maiali e piccioni.
Il tutto senza alcun riconoscimento e ricordiamo che gli animali che si possedevano non stavano lì per abbellire la fattoria, ma servivano come sostentamento, autoproduzione e anche guadagno per le famiglie come quelle di Rita che da noi ce ne erano veramente, ma veramente tante.
Comunque Rita era ancora una bambina e della sua famiglia si ricorda, soprattutto di suo padre, una grande socialità, lei stessa me l’ha descritto come “l’amico degli amici”.
A casa sua c’era sempre il sole, nonostante le intemperie. Si facevano feste, si ballava e proprio un giorno di questi, dove Rita e le sue sorelle erano state messe a letto presto, sentendo ballare e ridere in cucina, si diressero lì e videro il padre festeggiare e scherzare con amici contadini e anche due tedeschi.
I due tedeschi Rita li incontrerà spesso, loro non erano di quelli che rubavano gli animali, ma di quelli che portavano la cioccolata a lei e alle sue sorelle.
Durante la seconda guerra mondiale, i soldati tedeschi portavano in Italia un tipo di cioccolato specifico pensato per fornire energia e resistenza: si chiamava “Scho-ka-kola” ed era un cioccolato ad alto contenuto di caffeina e pensate che questa fu ideata e messa sul mercato già dal 1935 dalla “Hildebrand, Kakao- und Schokoladenfabrik GmbH” di Berlino. Fu venduta come “cioccolata degli sportivi” in occasione delle olimpiadi di Berlino del 1936.
Era confezionata in lattine rotonde o scatole di cartone, con 16 spicchi disposti in due strati.
Perché poteva accadere che i tedeschi regalassero la cioccolata ai bambini? Era un atto di umanità?
Innanzitutto sottolineo che questi gesti individuali non cambiano la natura brutale dell’occupazione e le sofferenze inflitte, ma illustrano dinamiche complesse che potevano emergere anche in contesti di guerra e oppressione.
Sicuramente non tutti i soldati tedeschi erano fanatici e nazisti, alcuni erano solo uomini arruolati, con famiglie a casa e riuscivano a provare compassione per la difficile situazioni dei civili, per quei bambini che non erano diversi dai loro,che non rappresentano né una bandiera né una “razza”, ma la fame.
Per i soldati tedeschi infatti quel cioccolato era una razione, per gli italiani era un lusso rarissimo.
E quindi Rita mi ha spiegato come fosse possibile vivere nel terrore e quanto diventasse quasi un abitudine certe volte continuare ad andare avanti mentre da un giorno all’altro ti ritrovi il “Ponte della stazione” bombardato, oppure lavorare la terra, alzare gli occhi al cielo e vedere stormi di aerei far cadere ordigni a terra non molto lontano da te e dalle persone che ami.
Rita mi ha raccontato questi episodi con ancora grande spavento, con una mentalità lucida da farti pensare “Lei ha vissuto nell’Inferno”, eppure questo terrorismo psicologico e non solo era diventato abitudinario.
Non mi sembrano così cambiati i tempi.
Le nostre terre non vengono ancora bruciate e i nostri palazzi lasciati “morire”, ma ci sono genitori che ogni giorno perdono i loro figli e figli che non hanno più le loro famiglie.
Per alcuni non c’è più casa. Non c’è più distinzione tra estate e inverno. Non esiste scuola, vacanza, ricordo che non sia stato bruciato.
Il mondo continua a girare, ma in troppi hanno smesso di seguirlo. La guerra non è un trattato politico, ma la strada verso la distruzione.
La guerra è per gli stolti, per gli incapaci, per gli analfabeti. La guerra è la scelta dei pochi che guidano le marionette. E quei pochi, si sa, non muoiono mai.
Muore chi la guerra non l’ha scelta.


















