In ogni storia di emigrazione c’è un biglietto di sola andata, ma a volte anche un ritorno. E in quel ritorno si nascondono la tenacia, il dolore e la speranza di chi non ha solo lasciato, ma anche ricostruito.
In questo ottavo episodio della ricerca “Waldum – Una città che racconta”, Sara Bossi, studentessa dell’Università degli Studi di Perugia di Lettere e Civiltà Moderne, ci guida nella memoria di Adriana Pasquarelli, nata a Gualdo Tadino nel 1940, testimone di una vita attraversata dall’emigrazione, dalla fatica del ricominciare in terra straniera e, soprattutto, dalla scelta coraggiosa di tornare a Gualdo e ripartire da lì.
EPISODIO 8 – IL VIAGGIO DI ADRIANA
Adriana Pasquarelli nasce il 26 febbraio 1940 a Gualdo Tadino. Suo padre lavorava in Eritrea e ricordiamo che questa fu colonia italiana dal 1890 al 1941 e quindi luogo di costruzione per noi italiani impegnati nell’edilizia, nel commercio e nelle ferrovie. Lui, Fiorello, avrebbe voluto veder le sue figlie crescere e non stargli così lontano.
Per questo motivo tornó in Italia anche se il lavoro scarseggiava, ma si rimboccò le maniche sin da subito.
Inizió a lavorare come pastore: abitava nella zona della Capezza e il suo compito era quello di portare le sue due capre e anche quelle di altri cittadini gualdesi al pascolo in cima alla nostra bella montagna Valsorda e dintorni.
Naturalmente avendo il “peso”, se così possiamo definirlo, di tre figlie e una moglie, Fiorello Pasquarelli sognava un futuro più roseo economicamente parlando. Motivo per il quale, come tantissimi altri italiani dell’epoca, decide di partire verso la Francia, nella speranza di una vita più agiata.
Fiorello partirà prima da solo per cercare lavoro e facendo anche richiesta al comune di Gualdo Tadino, come la prassi richiedeva, per l’espatrio della sua famiglia. Sua moglie e le sue tre figlie Anna, Adriana e Annunziata sarebbero arrivate un anno dopo, intraprendendo un lungo viaggio in treno, pieno di soste e controlli.
Un’emigrazione disorganizzata e spontanea, segnata da una rete non ancora del tutto stabile.
Arrivano nel 1949 a Milano: una città che sembrava già appartenere ad un’altra dimensione, segnata da una verticalità in ascesa ben lontana da quello che noi immaginiamo. I palazzi in costruzione sostituiscono le montagne umbre, le macerie da ripulire mostrano ancora il passato ed il conflitto da poco concluso.
Prendono un altro treno per Modana, così chiamata da noi italiani anche se il termine giusto sarebbe “Modane”, spesso confusa con Modena. Proprio lì ci troviamo nell’ultima stazione del confine italiano passando attraverso il tunnel ferroviario del Fréjus.
Arrivati a Modane, hanno dovuto aspettare 7 giorni prima di ripartire perchè era una delle stazione di transito, dove i migranti venivano radunati, registrati e visitati prima di poter entrare ufficialmente nel territorio francese.
Adriana ricorda poco quei giorni freddi e di passaggio, dove il loro “focolare domestico” non era altro che una botte in metallo con brace di carbone.
Il giorno e la notte si susseguono lentamente fino alla nuova partenza. Direzione Thionville, poi un altro autocar e infine arrivo a Villerupt, dove suo padre condivideva già un affitto con il cugino Gioacchino Pasquarelli.
Le lunghe trecce di Anna, Adriana ed Annunziata che rispettivamente avevano 12,9 e 4 anni vennero viste di malo modo, tanto da consigliare un taglio netto per evitare di passare i pidocchi agli altri bambini. I francesi non avevano grande considerazione degli italiani e già al tempo circolavano “nomignoli” e frasi non rispettose nei confronti degli emigrati in generale. Uno dei più celebri è naturalmente come molti sapranno “sale macaroni” o “sale macaroninon” che sta a significare “sporchi maccheroni”.
Fiorello quando le incontrò dopo un anno si voltò verso sua moglie e con un tono che ci appartiene e che sapeva proprio di casa le dice: “Ma que glie hai fatto da ste fie?”.
Una semplice frase ma d’effetto e di stupore nel vedere le figlie senza più i loro bei capelli lunghi e arruffati.
Adriana vide per la prima volta la casa che l’avrebbe ospitata da lì a molti anni. Una cucina ed una stanza dove si dormiva in cinque. Un bagno lì vicino l’orto o un vaso da notte in casa. Niente più, ma finalmente tutti insieme.
Lì ci si aiutava sempre, ricorda lei, nessuno doveva stare con le mani in mano. Allora Anna che era la figlia più grande iniziò a lavorare presso uno studio medico.
La loro madre si occupava di far da mangiare in delle “Pensionnaires”, ovvero luoghi di soggiorno temporaneo per lavoratori emigrati. Adriana invece, cagionevole a causa di una brutta polmonite presa durante una gita a scuola, aiutava sua madre nel servire le tavole.
Non si sentiva molto a suo agio in quell’ambiente, Adriana era una bella ragazza e tutti gli occhi degli uomini puntavano su di lei.
Battute e frasi fuori posto mentre lavorava, fino a che lo sconforto di Adriana arriva alle orecchie di un commissario francese della polizia che si trovava nella cucina di queste “pensionnaires”.
Solo allora lui cesserà le voci scaltre, minacciando quei ragazzi di spedirli da dove erano venuti. Solo un uomo, accostato alla porta, in silenzio, continua a guardarla senza malizia e con tanta speranza.
Quando gli sguardi non bastano più, le chiede di poterla riaccompagnare a casa, Adriana accetterà e lui ogni sera, a fine turno, si impegnerà a mantenere la promessa data.
Quel vestito bianco e rosso a pois non era passato inosservato, Adriana ancora se lo ricorda perchè ogni regalo della sua famiglia era un sacrificio prezioso e fatto d’amore.
Il padre un giorno se ne accorge e caccia malevolmente quel ragazzo che tanto gentile si preoccupava di far tornare Adriana a casa di sera sempre in compagnia e mai da sola.
Se ne pentì presto di averlo rimproverato perché Fiorello era un uomo buono, Adriana mi ha detto “È come me, a volte si perde la pazienza, ma ci si pente subito” e allora le chiese le sue vere intenzioni a questo ragazzo il cui nome non ancora citato è Sesto Pompei.
Adriana rimase incinta troppo presto e quel ragazzo se ne andò, “così parve all’inizio” disse lei. La sua famiglia temeva per lei perché questo avrebbe rappresentato un grande scandalo all’epoca.
Proprio quando Adriana si ripeteva quanto fosse stata stupida a credere a quel ragazzo, lui torna con in mano i documenti ufficiali per sposarla.
Era tornato in Italia, perché senza la documentazione adatta non avrebbero mai potuto legalizzare il matrimonio in Francia.
Nel frattempo Adriana fu colpita dalla “malattia asiatica”, un’influenza diffusasi tra il 1957 e il 1958. Provocó nel mondo circa 2 milioni di morti, ma per fortuna Adriana, che tra l’altro era anche incinta, riuscì a sopravvivere.
La inserirono in uno dei sanatori della città e di quel periodo lei ricorda le preghiere del padre accompagnate dalle lacrime nella speranza che lei potesse continuare a vivere. E così fu.
Adriana si riprese ed ebbe la sua prima figlia e poi un altro ancora. In questi primi anni di matrimonio continuarono a vivere in Francia, ma il lavoro di Sesto da muratore lo teneva lontano da casa dalla mattina alla sera e i suoi figli quando lui tornava a casa già dormivano.
Infatti Adriana mi ha parlato di un cartone animato che passava in televisione verso le 8 di sera e che erano soliti guardare, dove un mercante di stoffe spargeva sabbia in giro per far chiudere gli occhi ai bambini: un’allusione per dire che era ora di andare a letto.
Allora Sesto, che partiva di mattina presto e tornava la sera tardi, prese una decisione inaspettata. “Torniamo a casa, torniamo a Gualdo”.
E proprio questo accade: Sesto e Adriana insieme ai loro figli riprendono il treno per tornare in Italia a distanza di 30 anni. Era il 1970.
Adriana e Sesto costruiranno la loro casa partendo da zero, aiutandosi a vicenda e lavorando sodo. Lui come muratore, lei nelle già affermate fabbriche gualdesi: Pascucci, Luzi, Iris.
Questa è la storia di un ritorno e come il suo ce ne sono molti altri.
Perché in libri di storia dove si parla delle grandi migrazioni, del triangolo industriale nel Nord Italia e dei Paesi che accolsero più di un milione e mezzo di italiani, c’è chi quel treno l’ha ripreso.
C’è chi è tornato, ha costruito, ha assemblato, ha aggiustato.
E c’è chi come Adriana, con la sua mini rossa con cui girava tutta Gualdo ha lavorato di fabbrica in fabbrica, ha “passato i mattoni” al marito per farne una “capanna” ed ha ricominciato.
Da qui. Da Gualdo.
E quindi grazie Adriana, perché anche oggi la tua testimonianza, per me, ha fatto la differenza.













