“Waldum – Voci da una città che racconta” – Dal camice al palcoscenico, la doppia vita del dottor Spigarelli

Il nuovo appuntamento di Waldum – Voci di una città che racconta a cura di Sara Bossi ci porta dietro le quinte di una delle realtà culturali più longeve e amate di Gualdo Tadino: la Filodrammatica Dialettale Gualdese.
Un viaggio nella memoria, ma anche nella passione che tiene vivo il teatro popolare da oltre settant’anni, grazie a uomini e donne che hanno saputo trasformare il palcoscenico in un luogo di vita. Tra questi, il dottor Ettore Spigarelli: medico stimato di giorno e attore brillante di sera, simbolo di quella dedizione che il teatro richiede a chi lo ama davvero.

EPISODIO 13 – 70 ANNI DI TEATRO DIALETTALE, ALLE RADICI DELLA COMPAGNIA CHE CONTINUA A FAR SORRIDERE GUALDO
“…è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo!! Così si fa il teatro. Così ho fatto! ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! e l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato.” (Eduardo de Filippo).

Il teatro si fa ogni sera dopo il lavoro, quando ci si presenta alle prove, sempre. Il teatro si fa quando il copione lo indossi e non quando lo reciti a memoria.

Il teatro si fa quando sei talmente coinvolto che un’ora di finzione diventa la tua vita reale, che non sei un attore, ma sei Lorenzino dei Medici, sei Manuelito Gonzales, sei il Campanaro di Londra, oppure sei qualcuno che aspetta la Corriera per Montefiorito.

Il teatro si fa…anche a Gualdo.

Un grande lavoro alle spalle che inizia intorno al 1952 grazie a due note figure: Aldo e Agleo Biscontini che fondano, insieme ad altri, la Filodrammatica Dialettale Gualdese con lo spettacolo “Su e giù per Gualdo”, anche se le origini del teatro gualdese sono ancora più antiche, perché già dai primi anni venti del novecento Gualdo contava molti personaggi uniti nella “Società Filodrammatica”.

Con la Rivista del 1969, Aldo Biscontini affida la prosecuzione della Filodrammatica al figlio Carlo, che già dagli anni passati condivideva questa passione con il padre.

Esattamente come, se ci pensate, Eduardo de Filippo e Luca de Filippo, il primo padre del secondo e colosso del teatro del XX secolo, autore di grandi commedie che raccontano di una Napoli contraddetta, piena di gioie, ma anche di dolori immensi.

Come Eduardo de Filippo inseriva il napoletano nelle sue opere, benchè devo dire in maniera comprensibile a tutti quindi parliamo di un napoletano “italianizzato”, anche la Filodrammatica dal 1952 inserisce il dialetto nei copioni.

In un periodo post conflitto come questo, dove la cenere sembrava ancora macchiare il cielo, le persone avevano piacere a riunirsi nei luoghi collettivi della nostra città come il Teatro Talia o i Salesiani.

Era ora di ricominciare a sorridere… “Su e Giù per Gualdo” concretizzò questo desiderio. D’altronde, davanti ai divani e alle poltrone non c’erano di certo le televisioni o almeno non tutti le avevano.

Allora ripercorriamo la scena.

Non era facile scrivere una rivista, ovvero uno spettacolo che presentava una rassegna di temi attuali (deriva dal termine francese “revue” ed indica un’antologia di brani che commentano la società).

Serviva la musica, ma per questo c’era un valido autore, Angelo Biscontini.

Bastarono pochi giorni per formare un’orchestra: si ricordano lo stesso Angelo al clarino, Rosanna Biscontini al pianoforte, Sesto Temperelli alla tromba, Renzo megni al violino, Giampiero Pascucci alla chitarra, Eliseo Ferretti alla batteria e le voci di Danilo Biscontini, Tonino Anderlini, Carlo Biscontini.

Citiamo anche alcuni attori come Gigino Cirelli, Carlo Paoletti, Leonello Donnini che per lungo tempo calcarono le scene portando allegria e serenità agli spettatori.

In quella notte del 28 giugno 1952, alle ore 21:00, iniziò lo spettacolo. Continuò per altre sei serate, perché fu di un successo incredibile.

C’era chi non si stancava mai della scenografia di Don Marchetti, che sembrava avesse portato Piazza Martiri sopra il palco, con Cattedrale e negozi adiacenti annessi.

Parliamo del listino prezzi, oscillava tra le 50 e le 100 Lire non di più, in base al posto che si sceglieva. L’equivalente di qualche spiccio. Forse dunque quasi nessuno poteva permettersi un televisore, ma tutti potevano andare a teatro.

Nel 1974 il dottor Ettore Spigarelli entra a far parte della compagnia e dà inizio ad un lungo e piacevolissimo percorso. Di giorno medico, di notte chiunque.

Rammenta delle trasferte a Esch, a Audun-le-Tiche, perché il nostro teatro arrivò fino a lì. Soprattutto ricorda dei suoi pazienti che durante le visite si mettevano a ridere all’improvviso.

Del tipo: “Signore, le ho solo detto che deve togliere la maglietta. Cosa c’è da ridere?”. E la risposta era più o meno la seguente. “Nce posso crede che ieri sera al Talia eri tu a fa’ la ragazzetta scarna, ma chi te c’ha fatto vesti da donna?”.

Molto spesso il dottor Spigarelli mi ha ripetuto quanto andasse in confusione certe volte, perché non sapeva se questa fosse la cosa giusta da fare. La passione per il teatro era forte e la bravura indiscussa, ma lui era pur sempre un medico.

“Sto confondendo sacro e profano forse?”. Le rispondo qua, dottore: quando mai è accaduto che un paziente entrasse a fare una visita e ne uscisse ridendo? Molto probabilmente ha fatto la cosa giusta.

Concludo riallacciandomi alla citazione riportata da me di Eduardo de Filippo a inizio discorso. Il teatro è un impegno che non tutti sono in grado di sostenere. Perchè non hai una seconda possibilità: se sbagli, la scena non si cancella. Pazienza, si va avanti.

Per immedesimarti non basta il vestito, serve sensibilità, accortezza. Devi portare avanti un ideale, perché il teatro non è solo giullaresco, ma moraleggiante. E’ la satira della vita.

Ce lo disse Gigi Proietti. “Benvenuto a teatro. Dove tutto è finto, ma niente è falso”.

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Redazione Gualdo News
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