Pensavamo fosse un concerto. Era la nostra Woodstock

Alla fine fu un evento epocale e ancora oggi molti si chiedono perchè. Compreso io che a quell’evento c’ero. Continuiamo a chiedercelo anche quando sono passati quaranta anni da uno dei concerti più controversi, strani, leggendari e anche social della storia del rock. Quello di Patti Smith a Firenze.

E’ lunedì dieci settembre 1979. Alla stazione ferroviaria di Gualdo Tadino siamo in tre: oltre ad un me stesso minorenne, ci sono Graziano e Mauro.
Innamorati della musica, ma di Patti Smith conosciamo solo due pezzi: Because the Night e Frederick. Che cosa ci facciamo lì? Semplice, abbiamo un manuale che ci dice quello che è giusto o non è giusto fare: si chiama Ciao 2001 ed è esattamente la nostra Bibbia. Se Ciao2001 scrive che c’è un buon disco da comprare, noi lo compriamo, anzi… cerchiamo di registrarlo alla radio. Se c’è un concerto che merita, noi partiamo.

Zaino in spalla, pochi gettoni telefonici, qualche panino e pochi spicci per il biglietto di un treno di cui quasi non conosciamo neanche il percorso e l’orario. Per andare a Firenze i cambi sono due: Perugia e Terontola. Praticamente un viaggio infinito per neanche 200 chilometri. Qui la domanda: che cosa spinge quel giorno non solo tre adolescenti della provincia umbra, ma anche 80mila ragazzi provenienti da tutto il centro sud (15mila solo da Roma) a salire su treni, pullman, auto o a fare l’autostop per andare a vedere il concerto di una rockstar non dico sconosciuta, ma quasi ignorata dai più?

La ragione va trovata in quello che successe otto anni prima, il 5 luglio 1971, quando i Led Zeppelin furono letteralmente assaliti sul palco del velodromo Vigorelli di Milano rischiando di morire asfissiati. Un concerto che fu un evento tra i più simbolici e crudi del difficile rapporto che allora c’era tra musica e movimenti giovanili, quindi tra musica e politica.
Dopo il Vigorelli, salvo timide apparizioni come quella di Carlos Santana a Milano nel ’75 che venne comunque interrotto dal lancio di molotov sul palco, l’Italia subisce il blackout totale degli artisti stranieri. E se andate a sentire la musica e a leggere i nomi di quel periodo capirete quel che ci siamo persi.

E’ Ciao 2001 quindi a rivelarci che il concerto di Patti Smith a Firenze può essere la porta per entrare in un mondo nuovo. Una leggera ventata di ottimismo nell’Italia post Moro e pre Bologna.

Avevamo vissuto quel blackout da piccoli e ora diventava tangibile il sogno di vedere dal vivo gente come Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Queen.
E’ con questo stato d’animo che entriamo alla stazione per comprare tre biglietti per Firenze Santa Maria Novella. Interessati non alla politica, troppo piccoli per farlo, ma alla musica e a tutti quegli artisti che vedevamo solo nelle pagine di Ciao 2001. E Patti Smith è una di quelle: la prima rock star della nostra vita “dal vivo”. E quella che, secondo la nostra bibbia, avrebbe potuto dare il via al ritorno in Italia dei nostri idoli di oltre confine.

Non lo sapevamo, ma quel giorno in effetti non salimmo solo su un treno, ma entrammo a far parte di un episodio cruciale della storia, perchè non si trattò del concerto rock che andavamo cercando da ingenui adolescenti, ma di un evento che segnò per sempre il rock in Italia e la città di Firenze, dove l’evento è diventato di imperitura fama, con regolari convegni e mostre fotografiche che ricordano di quando l’Italia riemerse dal buco nero in cui era caduta per otto anni. Non ci vediamo in quelle foto, ma sappiamo di essere lì. Siamo tre di quelle ottantamila teste immortalate per l’eternità.

biglietto patti smith

Musicalmente ricordo poco di quella sera allo stadio. L’intro di Gloria, il boato alle prime note di Because the Night, la cover di My Generation degli Who, l’ira della Smith incazzata con i troppi flash dei fotografi. Molti scrissero che la maggior parte di noi non aveva idea di cosa fosse un live. E’ vero. Quel tipo di live, che profanava addirittura i campi di calcio riducendoli a campi di patate, era pressoché sconosciuto nel nostro Paese. La stessa Patti Smith, dopo l’Italia, fermò i concerti per dieci anni dato che, disse, “non c’era più spazio per nessuna crescita artistica e personale“.

Un evento che in qualsiasi altra parte d’Europa avrebbe venduto non più di 5000 biglietti, in Italia radunò oltre 130mila giovani (oltre Firenze ci fu anche Bologna). Perché?
Proprio mentre io, Graziano e Mauro dormivamo sul treno che ci riportava a Gualdo Tadino, Luca Goldoni, chino su una macchina da scrivere del Corriere della Sera, spiegava che “è stata una reazione di massa alla noia mortale che domina gli eventi politici e le dispute ideologiche del nostro Paese. C’è una noia costituzionale e una noia extraparlamentare. Appena saputo dell’arrivo di Patti Smith in Italia è scoppiata la bagarre fra i gruppi di ultrasinistra pronti a rivendicare il diritto di primogenitura sul rock duro della poetessa americana. Ma i giovani si sono rotti con questo eterno gioco a etichettare tutto, anche le chitarre elettriche“.

Ecco quello che è stato veramente il concerto di Patti Smith, che arrivò e partì dall’Italia ricca dei soldi dei biglietti, ma con pochissimi dischi venduti in più: il ritorno alla normalità, alla possibilità di un concerto “vero” per potersi esprimere, perchè no, anche politicamente. Non a caso la storia del ’71 rischiò di ripetersi anche quella sera a Firenze quando a fine concerto vedemmo Patti Smith sventolare un’enorme bandiera americana dal palco seguita da 80mila fischi all’unisono e altrettanti pugni alzati (si era pur sempre alla Festa dell’Unità), tanto che il tragitto dal palco ai camerini lo fece protetta dai Carabinieri. C’era però anche tanta gente semplicemente affamata di musica. E fu questo mix a trasformare un normale concerto in storia.

La mattina seguente, dopo aver dormito per un po’ anche sul pavimento della stazione di Terontola, sentendoci proprio come quegli hippy veri che avevamo visto poco prima allo stadio, scendemmo alla stazione di Gualdo Tadino convinti di aver visto un concerto e, se la vogliamo dire tutta, neanche tanto bello. Solo più tardi, molto più tardi, ci dissero che avevamo vissuto la nostra Woodstock.

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Marco Gubbini
Giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Umbria. Ex direttore artistico di Radio Tadino (1985-1986), ideatore e curatore di programmi televisivi giornalistici delle emittenti Rete7 (1985-1990) e TV23 (2003-2006). Esperienze varie come corrispondente di varie pubblicazioni, fra cui Calcio Perugia (2005), La Voce di Perugia (2006-2007). E' stato collaboratore dell’agenzia di stampa Infopress (2004-2012), ha scritto articoli per testate quali Il Giornale dell’Umbria, La Nazione, Il Corriere di Romagna, Il Sannio, Il Crotonese, Il Corriere di Forlì, La Nuova Ferrara. Iscritto all’Associazione Italiana Reporter e Fotografi dal 2009. Coideatore e curatore del sito gualdocalcio.it (1998-2012) e gualdocasacastalda.it (dal 2013 al 2016). Addetto stampa del Gualdo Calcio in serie C e altre categorie (dal 2004 al 2012) e del Gualdo Casacastalda in serie D (dal 2013 al 2016). Segretario dell’Ente Giochi de le Porte di Gualdo Tadino dal 2014 al 2017. Componente della redazione dei periodici Il Nuovo Serrasanta e Made in Gualdo. Autore del libro "Libera, ma Libera Veramente" (edizioni Eta Beta, 2021).