Prosegue il viaggio tra le storie gualdesi raccolte da Sara Bossi, studentessa di Lettere e Civiltà moderne, che attraverso il progetto “Waldum – Voci da una città che racconta” restituisce voce e memoria al territorio di Gualdo Tadino.
In questo secondo episodio protagonista è Cesare Anastasi: il lavoro nelle acciaierie, la lontananza da casa a soli vent’anni e il bisogno di custodire i ricordi più intensi attraverso la pittura. Una testimonianza che intreccia fatica e nostalgia, in cui l’arte diventa il mezzo per non smarrire ciò che il tempo rischia di sbiadire.
EPISODIO 2 – CESARE ANASTASI, IL LAVORO NELLE ACCIAIERIE E I RICORDI ATTRAVERSO L’ARTE
Cesare Anastasi nasce il 5 novembre del 1937.
I dipinti che potrete vedere all’interno del video sono interamente disegnati da Cesare Anastasi, un uomo che a soli vent’anni si è allontanato da casa per motivi lavorativi e che ha deciso di racchiudere nella tempera alcune immagini dei suoi più vividi ricordi: le alpi svizzere, i paesaggi montani, la prima volta che ha visto Milano. Ogni suo lavoro è frutto di uno studio personale, pura curiosità che si fa spazio nei suoi impegni più duri e che lo hanno aiutato a distaccarsi dalle difficoltà della vita anche solo per brevi attimi, attraverso l’uso dei pennelli.
Il suo viaggio inizia nel 1957, quando decide di partire per la Francia. Il concetto di viaggio era ben lontano da quello che conosciamo noi oggi: espatriare per motivi di lavoro non era solo una scelta, ma un iter di pratiche burocratiche per riuscire a varcare il confine senza il timore di essere rimandato indietro.
Ad esempio, doveva essere rilasciato dall’ufficio del lavoro o da altri enti pubblici italiani un ”nulla osta” all’espatrio per motivi lavorativi. Spesso le autorità italiane o il paese ospitante volevano la garanzia che il lavoratore avesse già un impiego pronto una volta arrivato a destinazione. Non era insolito, tra l’altro, che il certificato rilasciato non fosse ritenuto sempre valido.
Cesare arriva a Milano ed è costretto a fermarsi per 5 giorni all’Ufficio Immigrazioni insieme a tantissimi altri italiani che condividevano lo stesso destino: lavorare nelle acciaierie. La Francia aveva iniziato a sviluppare l’industria dell’acciaio già nell’800, in aree ricche di carbone e minerali di ferro.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’industria pesante fu centrale nella ricostruzione dell’Europa. La domanda di acciaio cresceva per: infrastrutture, auto, treni, edilizia, elettrodomestici e proprio come l’Italia, stava vivendo un ‘miracolo economico’, quello che noi definiamo ‘Boom’, in Francia era conosciuto come ”Les Trente Glorieuses” (I trent’anni gloriosi).
Milano già al tempo faceva pensare alla grande metropoli che sarebbe diventata un giorno: le costruzioni che la abbellivano somigliavano a nulla di ciò che Cesare avesse mai visto in vita sua, tanto che il Castello Sforzesco, che incontrò per attraversare la strada, le sembrò quasi una visione.
L’Ufficio Immigrazioni dopo aver esaminato i documenti personali, il permesso di espatrio, un contratto di lavoro reale e dopo essere certi che l’interessato godesse di buona salute tramite un certificato rilasciato dall’Ufficio sanitario, avrebbe permesso l’inizio del viaggio da Milano con tanto di, come ricorda il signor Cesare, un cestino per il ristoro durante il tragitto in treno.
La Svizzera, al contrario, che sarebbe stata poi la meta successiva dopo i 4 anni vissuti in Francia, richiedeva qualcosa in più.
Gli emigrati italiani in Svizzera, infatti, dovevano sottoporsi ad una serie di visite mediche obbligatorie. L’obbiettivo era controllare la salute pubblica e prevenire la diffusione di malattie infettive, in particolare la tubercolosi, che era ancora una preoccupazione sanitaria importante all’epoca.
La nostalgia di casa negli anni si faceva sentire, Cesare ogni tanto poteva richiedere un permesso di soggiorno in Italia per circa un mese, così da poter rivedere i suoi cari.
I Consoli d’Italia, che erano responsabili di rappresentare lo Stato italiano e di offrire assistenza ai cittadini italiani all’estero, permettevano un rientro di circa 30 giorni che si sarebbe dovuto concludere o con il ritorno in Francia o in Svizzera, per continuare il proprio lavoro, oppure con l’inserimento nella leva militare.
Cesare allora continuò la sua carriera prima in Francia, come pontoniere e poi in Svizzera, come gruista, fino allo scoccare dei 31 anni, quando sarebbe potuto tornare in Italia senza permessi di soggiorno e senza l’obbligo di leva alla scadenza di quest’ultimo.
Dal 1968 la vita di Cesare cambia irreversibilmente in positivo.
Alla festa di Natale dell’anno in cui fece ritorno a casa, incontra Maria Zingaretti, anno 1949 e pochi giorni dopo, precisamente nel giorno della ”Pasquella”, si uniscono in matrimonio.
Il celebre Don Pistola, parroco di Gualdo Tadino, dovette declinare l’invito di celebrare il matrimonio di Maria e Cesare a causa di un imperdibile partita a carte, ma la fortuna ha voluto che le nozze si celebrassero comunque ai Cappuccini, per un modico pagamento di 1000 Lire più altre 3000 per ricevere la benedizione del Vescovo, che aimhè, era impegnato nelle confessioni e solo qualche ‘spiccio’ avrebbe potuto liberarlo dai suoi impegni (momento ironico, non si vuole accusare nessuno).
Ed è così che Maria e Cesare convogliarono a nozze e festeggiarono felicemente con i loro cari presso ‘Il Bottaio’ di Gualdo Tadino.













