Gli studenti dell’Istituto “Sigismondi” di Nocera Umbra hanno visitato il Villaggio manicomiale San Niccolò di Siena, un’esperienza sul campo dedicata alla storia della malattia mentale e al modo in cui la società l’ha trattata nei secoli.
Accompagnati dalla professoressa Maria Luisa Valacchi dell’Università degli Studi di Siena, i ragazzi hanno attraversato i luoghi di una struttura rimasta attiva fino agli anni Novanta, chiusa circa vent’anni dopo la legge Basaglia del 1978.
La visita ha ripercorso la trasformazione del complesso: nato come convento di San Niccolò, divenne manicomio e conobbe una svolta significativa a metà Ottocento grazie al dottor Carlo Livi, medico soprintendente che ne modificò non solo l’aspetto architettonico ma anche l’approccio terapeutico, trasformando, grazie alla sua lungimiranza e alla novità del suo approccio, il luogo da asilo di custodia a spazio di cura. Una distinzione che all’epoca era tutt’altro che scontata.

I ragazzi hanno avuto accesso alle cartelle cliniche, prime fonti documentarie di vite rinchiuse non solo per patologia ma spesso perché considerate scomode dalla società.
Hanno visto le fotografie dei pazienti prima e dopo le cure, esaminato gli strumenti di contenzione meccanica come la camicia di forza, e ripercorso i luoghi del lavoro, quali il mulino e le officine, e i padiglioni dell’isolamento. Hanno potuto osservare anche i segni delle pratiche terapeutiche dell’epoca, come la lobotomia e l’elettroshock, che intervenivano sulla patologia senza curarsi della persona.



A fare da filo conduttore della giornata, lo stigma: quelle parola “pazzo“, “imbecille“, che Pirandello nell’Enrico IV descrive come capace di cristallizzare per sempre l’identità di una persona agli occhi degli altri.
Un meccanismo che la visita ha reso concreto, restituendo agli studenti la misura di quanto a lungo si sia confusa la diversità con la malattia, e la malattia con la colpa.













