Vicenda Rocchetta, la Comunanza contro il Consiglio di Stato: “Falsità nella sentenza”

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Ad alcuni giorni dall’uscita della sentenza sulla vicenda Rocchetta con la quale il Consiglio di Stato ha chiuso la diatriba giudicando legittima la proroga della concessione all’azienda da parte della Regione, avvenuta nel 2015, la Comunanza Agraria Appennino Gualdese fa sentire la propria voce attraverso un comunicato, nel quale critica senza mezzi termini il dispositivo dell’organo giudicante.

“La recente sentenza del Consiglio di Stato, che ribalta di nuovo la precedente sentenza TAR, non può che suscitare enorme disappunto – scrive l’ente montano – Nonostante siamo costretti a rispettarla, questa sovverte completamente e sorprendentemente tutto quanto dibattuto fino a questo punto, operando una forzatura normativa nei confronti di beni inalienabili, inusucapibili ed incommerciabili.”

“Soprattutto – prosegue la Comunanza – ci spalanca gli occhi sulla verità di una gigantesca operazione finanziaria, nell’ordine di diversi miliardi di euro, ad appannaggio di pochissimi e dove la sproporzione tra i benefici privati e ciò che torna al nostro territorio lascia un profondissimo senso di ingiustizia. Il Giudice ha infatti sorprendentemente stabilito che la concessione per il prelievo dell’acqua minerale prevale sul diritto dei Gualdesi, cui appartengono terre e falde. L’interesse privato ha superato le norme sulla intangibilità dell’uso civico.”

Per la Comunanza questa sentenza sarebbe in contrasto con precedenti decisioni “dello stesso Consiglio di Stato e con le pronunce della Corte Costituzionale”. L’Ente montano ritiene che la terra intorno ai pozzi sia di proprietà dei gualdesi ma che “può essere sostanzialmente espropriata per effetto della concessione a vantaggio di privati.”

Per l’Appennino Gualdese nella sentenza vi sono “due evidenti falsità” e riguardano i pozzi: “che il pozzo R6 “Serrasanta” venga descritto come “utilizzato per l’imbottigliamento” sin dal 1996, quando invece ogni gualdese sa che quel pozzo non è mai stato produttivo – scrive la Comunanza – e “che la sorgente storica sia definita come “pozzo storico situato in terreno di proprietà della società”, quando ormai ogni gualdese sa che è stata definitivamente riconosciuta come proprietà della collettività Gualdese, sono ad esempio due evidenti falsità che non comprendiamo come possano essere state scritte da un magistrato.”

Per la Comunanza questa sentenza è una pagina buia nella lotta per i diritti fondamentali delle persone, che coinvolge falde, boschi, prati e cave. Per i prossimi vent’anni – prosegue l’ente montano – verranno sottratti 25 litri al secondo ovvero quasi 800 milioni di litri d’acqua l’anno tramite pozzi profondi centinaia di metri dai bacini idrici della comunità. Le battaglie – conclude la nota – però non terminano al volere di un giudice o di un politico: termineranno solo quando termineranno gli abusi.”

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