Tra la nostalgia di una terra lasciata e la speranza di un futuro da costruire altrove, la storia di Enzo Bazzucchi ci racconta il viaggio di tanti italiani negli anni del dopoguerra. Dai corridoi polverosi delle miniere di Charleroi agli spazi verdi e culturali di Essen, passando per le assenze e i ritorni della famiglia, il racconto di Enzo diventa un filo che intreccia memoria, lavoro e identità.
Una vicenda personale che riflette la resilienza e l’adattamento di chi, pur tra sacrifici e lontananze, trova il suo posto tra due mondi, restando sempre legato alle radici.
A cura di Sara Bossi nell’ambito del reportage “Waldum – Una città che racconta”.
EPISODIO 11 – LONTANO MA VICINO: LA STORIA DI ENZO E LE SUE RADICI DIVISE
Il 16 novembre 1955 nasce Enzo a Charleroi, da genitori gualdesi emigrati per lavoro nella “città dei minatori”, chiamata così per l’intensa presenza di miniere, ma anche per il tragico disastro minerario del Bois du Cazier avvenuto l’8 agosto 1956, dove persero la vita 262 minatori, tra cui moltissimi italiani.
Suo padre lavorava proprio lì, ma quel giorno fortunatamente non era presente.
Inutile dire che perse molti dei suoi amici e colleghi.
Ad oggi, considerata la vicenda come una delle più grandi tragedie sul lavoro, Bois du Cazier è un sito patrimonio industriale, che comprende musei e memoriali dedicati alla tragedia.
Al di là dell’accaduto, lavorare nelle miniere non era una passeggiata ed i minatori oltre che dover sopportare un lavoro pesante e pericoloso erano particolarmente esposti a malattie come una delle più diffuse quale la silicosi.
La silicosi è causata dall’inalazione prolungata di polvere e di silice cristallina, un minerale presente in molte rocce. Questa polvere una volta inalata raggiunge i polmoni provocando infiammazione e cicatrici.
Dopo il terribile avvenimento, la famiglia di Enzo decide di ritornare in Italia, ma sempre per motivi di lavoro nel 1959 il padre di Enzo decide di ripartire da solo.
Con una valigia di cartone in una mano e nell’altra tanta speranza si trasferisce ad Essen, città tedesca anche questa legata all’estrazione del carbone la cui principale miniera era la Zeche Zollverein, oggi è patrimonio mondiale dell’UNESCO ed è diventata simbolo della trasformazione di Essen da centro industriale a città verde e culturale.
Infatti Essen è stata nominata Capitale Verde d’Europa nel 2017, sottolineando il suo impegno invidiabile nella riconversione delle aree industriali in spazi verdi e sostenibili.
Una trasformazione che sia da insegnamento nel credere nella riqualifica di zone industriali per la valorizzazione e la protezione del territorio.
Prima di arrivare in città il padre di Enzo naturalmente ha dovuto sostenere delle visite mediche in zone di controllo e passaggio dove si verificava l’idoneità per concedere il lascia passare in diversi paesi.
Il padre di Enzo avendo già lavorato nelle miniere presentava problemi ai polmoni ,ma lo fanno passare comunque e riesce a trovare lavoro in una ditta edile.
La Germania, che si accetti o meno, è sempre stata una terra multietnica; persino gli antichi romani lo pensavano, definendola “Germania Magna”.
Suo padre nel frattempo iniziò a vivere in dei dormitori comuni, ma il pensiero costante che la sua famiglia fosse lontana si tramutò in una mancanza importante, dunque nel 1964 lo raggiungerà anche la moglie.
Enzo dovrà aspettare fino al 1970, perché era interesse del padre che lui prendesse il diploma di terza media, infatti rimarrà a vivere con la nonna.
Nel 1970 prende il diploma e finalmente rivede i suoi genitori.
Non era più un bambino, gli anni in cui lui e la sua famiglia si erano divisi sembravano scorrere lenti, forte era la mancanza quanto il desiderio di rivederli e quando finalmente tornarono per portarlo con loro in Germania, forse Enzo non se la sentiva più. I suoi amici erano qui, a Gualdo e lui non conosceva alcuna lingua all’infuori dell’italiano…che cosa avrebbe mai potuto fare in Germania.
E quindi comprano i biglietti per il treno, uno in più questa volta.
Dovete sapere che i treni a quel tempo non erano come ce li immaginiamo, dove le postazioni sono comode e riservate per sostenere i lunghi viaggi. Enzo ricorda di quel Lecce-Dormund ammassi di persone che lasciavano casa con una valigia, un cesto di formaggi, il cibo italiano, a volte gabbie di galline e conigli, ma quell’odore di aria consumata e animali da fattoria non importava ora, perchè per la prima volta Enzo vide il mare affacciandosi dal finestrino, non un mare in bianco e nero come le foto che i suoi amici gli facevano vedere dopo aver trascordo una settimana in colonia, ma un mare azzurro e la sua schiuma che si scagliava contro la spiaggia dorata.
Il problema di quando arrivò in Germania è che Enzo era costretto a stare sempre a casa da solo.
Non conosceva nessuno, i suoi genitori lavoravano molto e lui passava il tempo svolgendo le faccende di casa e ascoltando musica che gli ricordava l’Italia.
L’unico giorno che apprezzava di più era la domenica, quando poteva girare Essen insieme alla sua famiglia e comprendere la realtà in cui ormai abitava.
Tra i giorni annoiati e il tempo che scorreva lento, Enzo trova il suo passatempo. Di fronte la loro casa c’era un muro e non avendo amici Enzo inizia a giocare a calcio da solo, colpendo la parete e riprendendo la palla.
Ancora e ancora con questo gioco fino ad attendere la sera e il ritorno della sua famiglia.
Un giorno suonano al campanello e un uomo tedesco, amico del padre, gli dice che da un po’ di tempo osservava il figlio colpire il muro con il pallone e continua parlando della sua squadra di calcio che allenava lì ad Essen, aggiungendo che alla sua squadra mancava un mancino, un mancino proprio come Enzo.
Da quel giorno in poi la vita di Enzo cambierà radicalmente, conoscerà molti ragazzi della sua età grazie a questo sport, imparerà la lingua “della strada”, come lui mi ha riferito, perché non esiste insegnamento migliore che l’ascolto e la pratica.
L’onestà e il rispetto saranno le armi che lui userà per spianare la sua strada di amico fedele e compagno di concerti.
In un paese multietnico come la Germania, dove gli italiani continuano a fare gli italiani, Enzo ha deciso di fare il tedesco.
Frequentava bar tedeschi, gli stessi dove il padre un giorno trovò scritto “i cani e gli italiani restano fuori” iniziando un movimento di integrazione forte e saldo, propendendo le sue radici in due direzioni: una verso Gualdo ed una verso Essen.
Nel frattempo trovò lavoro come meccanico specializzato, iniziò un apprendistato e dopo tre anni venne promosso, cominciando una carriera che sarebbe durata per ben 12 anni.
Purtroppo, nel 1983, suo padre si ammalò. La silicosi aveva colpito i suoi polmoni, vittima del massacrante lavoro nelle miniere.
Il dottore lo invitò a riportarlo nel suo Paese d’origine, dove le montagne e l’aria pulita lo avrebbero aiutato a vivere per ancora qualche anno.
I genitori di Enzo provarono a farlo rimanere in Germania, mentre loro sarebbero tornati a Gualdo.
Enzo non li avrebbe mai lasciati, perché quella sensazione di abbandono e forte mancanza che provò da piccolo non avrebbe mai voluto riviverla.
Tornarono tutti e tre a Gualdo, lasciando ora la Germania non più come terra straniera, ma come casa numero 2, mura di ricordi e amici per la vita.
Enzo poté godersi il padre per ancora qualche anno, a Gualdo iniziò ad ampliare la sua passione per la vetreria, fino a farne un lavoro.
Torna ad Essen spesso, a visitare la sua vecchia casa, ora uno studio di avvocati. Ricorda bei momenti, ricorda persone amiche, locali di fiducia, ottima birra alla spina e tanta gioventù goduta.
Essen per Enzo non è la terra dove è immigrato, ma è la casa in cui ha vissuto ed è la terra in cui è cresciuto, per sempre.












