Un locale che non c’è più, ma che continua a vivere nella memoria collettiva di Gualdo Tadino. L’Osteria del Cappanno era molto più di un semplice ritrovo: fino agli anni ’60 ha rappresentato il punto d’incontro di generazioni, il crocevia di storie quotidiane, sogni e passioni.
Nel nuovo episodio di “Waldum – Voci da una città che racconta”, la studentessa universitaria Sara Bossi ci accompagna tra mito e memoria fino al “leggendario” Cinicchia, figura a metà tra Robin Hood e un fuorilegge, che amava ogni tanto farsi un bicchiere all’Osteria. Un viaggio in bianco e nero che, grazie a Rita Lacchi, restituisce voci, volti e sapori di un tempo, intrecciando storie di briganti, ceramisti, stilisti agli esordi e di comunità che si riconosceva attorno a un bicchiere di vino.
EPISODIO 15 – QUANDO TUTTI PASSAVANO DAL “CAPPANNO”, ANCHE IL BRIGANTE CINICCHIA: L’OSTERIA CHE UNIVA UNA CITTA’
Si racconta di un tempo in cui in Umbria abitava una figura quasi leggendaria. Di un uomo che tra le aspre montagne e le grotte celate trovava rifugio. RealUmbria.it lo definisce un po Robin Hood, un po’ Lupin, un po’ Billy the Kid.
Figlio del brigantaggio o benefattore dalla morale discutibile? Sono discordanti i pensieri che ruotano attorno a questo personaggio e di poche cose siamo certi. E’ uno dei briganti più famosi dell’Umbria e delle Marche, è nato intorno al 1830 e il suo nome era Nazareno, ma lo chiamavano Cinicchia. Sua moglie si chiamava Teresa e sua figlia Maria.
Delle sue azioni ne risposero in molti, c’è chi racconta fosse spietato e violento con chiunque e chi gli ha attribuito quegli epiteti sopra citati, perchè il suo mestiere non era solo quello di compiere razzie, ma anche di distribuire il bottino a chi ne aveva più bisogno…
Qualsiasi cosa lui abbia fatto veramente e nonostante non fosse della nostra città, ma di Assisi, abbiamo delle testimonianze certe delle sue visite a Gualdo Tadino, dove non solo veniva per derubare, ma anche per bere un buon bicchiere di vino nell’Osteria del Cappanno, una locanda chiusa intorno agli anni ‘60 che ancora oggi viene ricordata dalla nipote dei proprietari Rita Lacchi, nata il 16 novembre 1951.
La vecchia osteria come molti sapranno si trovava nel vicolo sotto il Comune e per Rita è sempre stato un luogo di bei momenti. Nonostante siano passati molti anni quei piacevoli ricordi sono ancora vividi e saldi nella sua mente.
Immaginate di entrare in un’osteria degli anni ‘60, vedervi davanti un bancone di graniglia, un piano per le bottiglie e uno sgocciolatorio per i bicchieri.
Una vaschetta di acqua sempre fresca per tenere ben ghiacciare bibite come la canadese,la seltz e il peroncino.
Il padre di Rita, Nello il Pinco, la sera prima di un giorno feriale ordinava il vino da una cantina di Cerreto, le botti ruzzolando poi per il vicolo fino a spingerle davanti al portone dell’osteria. Si faceva poi il provino per i gradi e la madre di Rita, Maria, lo imbottigliava.
Così la sera, dopo le 17, quando le fabbriche locali come La Robbia, Santarelli, la Vincenzina, l’osteria si riempiva di ceramisti sporchi di argilla, ma sempre con la brillantina sui capelli.
Rita e suo fratello Renzo dovevano occuparsi di andare ad acquistare le “cocciole” da Pontoni e se queste erano finite allora dovevano prendere il baccalà salato che veniva tagliato a listarelle e messo sopra il “foconcino” che si trovava al centro dell’osteria per riscaldarsi nelle fredde giornate d’inverno.
Così più saporito era il cibo, più avrebbero bevuto i clienti.
Rita ricorda molti volti di quelle giornate all’osteria di famiglia e me ne ha citati alcuni: Zi’ Tamburino, Zi’ Adriano, Lelle del Boccia, Saracca “che dormìa co’ la somara”, Settimo, Pagnotta, Zughi il vigile, Nello detto “l’ingigneretto”…
Nomi attribuiti nel tempo che raccontano di un aneddoto della loro vita, di una tradizione o di un ricordo. I cosiddetti “nomi parlanti”.
A volte, quando c’era da festeggiare, le locande del centro o le persone abbienti si prestavano a cucinare prodotti per i cittadini, come “i faggioli co’ le cotiche” di Gigiotto, dell’Osteria del Cappanno per l’appunto o il pane dei morti della signora Bellucci di cui abbiamo già parlato insieme ad Annamaria Baglioni.
Si cantava, si ballava e il tutto era accompagnato da un bicchiere di buon vino “de Cerreto” oppure una bottiglia di gazzosa “de Righi Zeffiro”, una fabbrica che produceva per l’appunto bevande e che aveva sede in uno dei vicoli di Piazza.
Il brigante Cinicchia non era l’unico ospite di una certa notorietà a passare per l’Osteria perchè molti anni fa, quando ancora un giovane promesso stilista faceva pratica da Santarelli per imparare a disegnare entrava ogni tanto nell’Osteria per prendere vino e gazzosa e portarli alla fabbrica per fare “colazione”.
Quel giovane e promettente artista sarebbe poi diventato Pino Lancetti (Giuseppe Lancetti, 1932-2007) famoso stilista italiano e creatore del marchio Lancetti.
Il centro di Gualdo era dunque un punto di ritrovo per cittadini e turisti, una pizza in cui fermarsi per prendere un caffè, un aperitivo. I vicoli caratteristici e infiorati dove si nascondevano botteghe e fabbriche di ceramica.
La fiera delle “nocchie”, che tra l’altro è tornata nei giorni scorsi, che riempiva con le sue bancarelle ogni angolo di piazza Martiri e dintorni. Una Gualdo in bianco e nero, di ricordi sfocati e tradizioni che si perdono.
Anche se ora Gualdo è a colori, il bicchiere di vino “co le cocciole” è diventato uno spritz con le olive e non costa di certo 15 lire, è stato un piacere quest’estate uscire e trovare le piazze piene come una volta.
Vedere i locali che collaborano per la riuscita di eventi piacevoli, musica live come quando, racconta Rita, “Fischiettino cantava Nunziatina mentre Arcadio glie sbatteva gli sportelli della mensola pe fa il tamburo”.
È tutta una trasformazione di qualcosa che già c’è stato e che cambia, giustamente, con il tempo. È tutto un qualcosa che deve rimanere, mutare, ma mai svanire.
L’Osteria del Cappanno chiuderà intorno agli anni ‘60, quando Rita avrà più o meno 10 anni. Era un ambiente familiare, piccolo e accogliente.
Era uno di quei posti in cui passi dopo aver finito di lavorare e sei stanco, ma un bicchiere di vino e una partita a briscola non te la leva nessuno.
Grazie Rita Lacchi per i bei ricordi che hai condiviso.













