La storia della ceramica a riflesso di Gualdo Tadino rivive nel nuovo episodio di “Waldum – Voci da una città che racconta” di Sara Bossi, dedicato a Paolo Rubboli e a sua moglie Daria Vecchi.
Una narrazione che, grazie a Maurizio Tittarelli Rubboli, ripercorre la nascita dell’Opificio Rubboli, l’evoluzione di una tradizione artistica unica e la trasformazione in Museo Opificio Rubboli, oggi custode di un patrimonio culturale di inestimabile valore.
EPISODIO 16 – DA PAOLO RUBBOLI E DARIA VECCHI AL MUSEO DI OGGI
Il 15 dicembre 1838 nasce a Fiorenzuola di Focara in provincia di Pesaro Paolo Rubboli, artista e precursore di un’ importantissima attività di cui ancora oggi se ne riconosce l’immenso valore.
Sembra che Paolo Rubboli sia arrivato a Gualdo Tadino intorno al 1875, perchè l’opificio era già attivo per conto di Marcello Galli-Dunn, ricchissimo piemontese amante dell’arte e della bellezza, un fervente collezionista non solo di opere, ma anche di residenze e ne cito una delle più significative: il castello di Badia a Poggibonsi.
Insomma Marcello aveva scelto Gualdo Tadino come sede per un opificio che producesse “Maioliche Artistiche uso e Urbino Faenza e Gubbio”.
Conclusasi questa esperienza lavorativa, Paolo decide di dare il via ad un proprio laboratorio intorno al 1878, aiutato da sua moglie Daria Vecchi.
Apriamo un paragrafo di merito per Daria, donna eccezionale dotata di una grande forza d’animo.
Alla morte del marito, 1890, assume la guida dell’azienda mantenendo viva la tradizione senza farsi intimorire dalle tante minacce che incombevano all’epoca nei confronti di una donna che dirigeva un’intera azienda e nel frattempo cresceva i suoi figli completamente da sola.
Non per nulla, le verrà conferita la “Medaglia d’oro per la Ceramica Iridata” durante L’Esposizione Generale Umbra e il suo nome comparirà anche nel libro “Donne imprenditrici nella storia dell’Umbria”, un’opera a cura di Barbara Curli, dove saranno citate ulteriori figure femminili di rilievo come, faccio un esempio, Luisa Spagnoli.
E’ così che Daria, anche dopo la sua morte nel 1929, verrà ricordata con l’epiteto “Maestra del Terzo Fuoco”, per le sue virtù e capacità a tutto tondo.
Nel frattempo, come molti gualdesi sapranno, l’opificio ha subito degli spostamenti: a partire dall’ex convento di San Francesco, all’ex convento di San Nicolò, per poi concludere il suo viaggio in Via G. Discepoli 16, accanto alla Via Paolo Rubboli per l’appunto, dove oggi troviamo non più un’azienda, ma il Museo Rubboli, che ti permette di visitare varie stanze: la sala della foggiatura, della fornace, del riverbero, insomma di entrare in una vera e propria fabbrica della fine dell’800 come se il tempo si fosse fermato.
Non a caso le muffole (muffola deriva da “moufle” ed originariamente indicava un guanto o un manicotto, per descrivere metaforicamente la camera isolante del forno) che potrete vedere sono identiche a quelle descritte da Cipriano Piccolpasso nel suo celebre libro “Li tre libri dell’arte del vasaio” del 1558, anche se in realtà sono forni appartenenti al 1884 circa e nonostante nelle fabbriche gualdesi, come in qualsiasi altra del resto queste “muffole” siano state sostituite da forni a gas nel secondo dopoguerra, nel caso di Rubboli non è accaduto.
Rubboli non ha abbracciato la novità e anche se forse all’inizio questo atteggiamento fosse sembrato come dire “démodé”, ad oggi forse queste muffole sono le uniche rimaste al mondo.
Noi abbiamo la fortuna di farci una passeggiata nel nostro centro storico e di entrare nel Museo Rubboli ogni giorno per vedere le autentiche muffole del 1880 circa, una copia postuma di forni in realtà già illustrati a partire dal 1558, una fortuna di cui forse non ne comprendiamo appieno il valore.
Nove anni prima della morte di Daria l’azienda entra nella “Società Ceramica Umbra”, ora portata avanti dai figli Lorenzo e Alberto, che tornarono intorno al 1918 dal fronte sani e salvi, perchè “fortunatamente” e permettetemi il termine quasi idilliaco per quel periodo, lavorarono per la Crocerossa del Piave operando sì in condizioni estreme e sotto fuoco, ma senza l’uso delle armi e per un fine più nobile.
Il terzo figlio, Augusto o il “figlio da lettere” e questo era uno dei termini per indicare quale fosse il figlio destinato allo studio, diventò maestro e poi anche direttore di banca. Si trasferì a Milano, ma per colpa forse di un frammento di discorso non destinato a lui, pagò con la morte nel 1931, esattamente durante il periodo fascista.
La “Società Ceramica Umbra” chiude nel 1931 e i fratelli Alberto e Lorenzo continuano la loro attività fino al 1934 circa, anni in cui decidono di prendere strade diverse, ma operando comunque nello stesso settore.
Pensate che Alberto resterà attivo fino agli anni 2000 circa, in quanto lui morirà nel 1975, ma le sue due figlie Edda e Laura porteranno avanti l’azienda e lo stesso accadrà per Lorenzo che ci lascerà un po’ prima nel 1943 e le sue tre figlie Livia, Gina e Ivana continueranno fino al 1955.
Dopo Laura ed Edda i nipoti si occuperanno dell’Opificio Rubboli firmato Alberto per ancora pochi anni, fino a che Maurizio Tittarelli Rubboli,colui che si è prestato al mio progetto, ha acquistato dai suoi cugini l’azienda.
Ed è stata proprio una sua idea quella di aprire il Museo, grazie all’aiuto della Fondazione Perugia (ex fondazione Cassa Risparmio Perugia), ai fondi DOCUP (Documenti Operativi Complementari della Regione Umbria) e grazie ad alcune persone di Gualdo che tengo a citare per dare loro riconoscimento nell’aver agito per una causa così importante per la nostra città, quali Angelo Scassellati (ex sindaco), Roberto Morroni (ex Sindaco), Simona Vitali (ex Assessore alla cultura nella Giunta dell’ex Sindaco Roberto Morroni) e Gilberto Garofoli (ex Assessore allo sviluppo economico).
Pensate che Gina, la madre di Maurizio, non ha mai voluto che il figlio divenisse ceramista, a meno che non scegliesse prima un mestiere diverso per “coprirsi le spalle” e poi come magari comr interesse proprio si dedicasse anche all’attività Rubboli, d’altronde è cresciuto a pane e ceramica quindi la sua passione è ben più che giustificata.
Addirittura, dopo essersi laureato in Lingue a Perugia, accettò il suo primo incarico da insegnante a Trieste e sorseggiando un caffè a “Caffè San Marco” vide un bigliettino con su scritto “Corso di ceramica, chiamare numero … O.P”.
Pensò Maurizio, “O.P… ore pasti, vabene…allora chiamerò per le 13:00”. A parte il fatto che alla fine al corso di ceramica ci andò e si divertì pure, ma l’acronimo O.P stava non per “ore pasti”, ma per “Ospedale psichiatrico”. Il progetto diciamo era frutto di una conseguenza della legge Basaglia 1978, quando si pensò finalmente che i manicomi erano luoghi di segregazione e al contrario si doveva permettere a certe persone e non sto parlando di Maurizio che ci è finito per errore, nonostante fosse aperto a tutti, di crescere sulla base del rispetto e della promozione di attività collettive e riabilitative, come musica, arte, sport…
Al di là del simpatico aneddoto Maurizio ha combattuto per permettere non solo di mantenere un titolo di riconoscimento alla sua famiglia che ha lottato e lavorato così tanto, ma anche per lasciare un valore importante alla nostra città che ha ospitato un’arte davvero speciale ed unica che ci permette di ricevere tantissimi visitatori ogni anno.













